Approfondimenti di Letteratura Latina - Mondolatino

Cicerone: stile e lingua

Approfondimento su: Cicerone: stile e lingua

Infine, alcune notazioni sulla lingua e sullo stile: come abbiamo visto, <<[C. privilegiò,] nell’eloquenza, uno stile capace di esercitare un forte impatto emotivo sugli ascoltatori. A questa intenzione va ricondotta la sua "magniloquenza", criticata dagli atticisti, e che si esprime, prima ancora che nel ricorso alla "copia verborum" ("abbondanza di parole", che spesso significa ridondanza espressiva al fine di ribadire un concetto) e alla "amplificatio" (la "dilatazione" di un concetto, al fine di farlo apparire più grandioso, maestoso, o spaventoso), nella sapiente costruzione del periodo prosastico, che nella letteratura latina è essenzialmente una innovazione ciceroniana.
Ispirandosi soprattutto ai modelli di grandi oratori greci come Isocrate e Demostene, C. eliminò la paratassi ("coordinazione") tipica della prosa arcaica a favore della ipotassi ("subordinazione"), e costruì un periodo ampio e armonioso, basato sull’equilibrio e sulla rispondenza delle parti >> [E. Narducci]
Anche nella prosa retorica e filosofica, l'Arpinate sfruttò ampiamente lo stile che aveva elaborato per l’eloquenza: particolarmente nella filosofia, poi, egli dovette cimentarsi anche con la povertà espressiva e costitutiva del latino, inadatto ad una resa adeguata dei corrispettivi termini e concetti del lessico intellettuale greco: l’accanita sperimentazione, che ne derivò, fruttò l’introduzione nel latino di molti neologismi che sarebbero poi divenuti patrimonio della tradizione intellettuale europea ("qualitas", "quantitas", "essentia", e così via).
Insomma, alla luce di quanto detto, quelli di C. furono uno stile e una lingua che benissimo si piegarono al compito "politico" che C. aveva assegnato alla sua oratoria, alla sua filosofia e alla sua scrittura tutta.

Un ringraziamento a

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