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Il concetto della morte in Seneca

Approfondimento su: Il concetto della morte in Seneca

Morte, dal latino “mors, mortis”, significa cessazione delle funzioni vitali nell’uomo e negli esseri viventi in genere.
Il problema della morte connesso all’esistenza umana, è presente già nel pensiero classico, ipotizzando tutta una serie di soluzioni.
Il pensiero filosofico platoniano, configura la morte come nuova vita dell’anima individuale, pertanto viene considerata come inizio di un nuovo ciclo vitale se si accetta l’idea dell’immortalità dell’anima e della possibilità della reincarnazione.
La posizione eraclitea ipotizza la possibilità di un’immortalità impersonale, come dissoluzione del singolo nella vita dell’universo.
Al concetto biblico che pone la morte come pena, in rapporto al peccato di Adamo, si aggiunge poi nel Cristianesimo, l’idea della morte come momento di separazione dal corpo dell’anima e l’inizio dell’immortalità.
Il concetto della morte ha da sempre costituito oggetto di pensiero e di riflessione profonda soprattutto da parte dei filosofi anche classici quali per l’appunto Seneca.
Lucio Anneo Seneca, detto “il giovane” o “il filosofo”, nacque all’incirca nel 4 a.C. a Cordova ed essendo figlio di un retore, fu inviato a Roma per completare gli studi in previsione della sua carriera politica.
A Roma ebbe come maestri di filosofia lo stoico Attalo ed il neopitagorico Sozione, mentre il retore Papirio Fabiano lo mise a contatto con la scuola filosofica dei Sestii.
Da costoro, che nel sincretismo del proprio pensiero presentavano anche elementi pitagorici e cinici, Seneca derivò un orientamento ascetico che lo accompagnerà tutta la vita.
Seneca, come del resto la maggior parte degli intellettuali romani che si occuparono di filosofia, fu animato da un atteggiamento non dogmatico verso le principali scuole di pensiero greco-ellenistico.
Aderì principalmente allo stoicismo, ma nella sua filosofia sono riconoscibili anche elementi platonici, neopitagorici e cinici.
Il nucleo di pensiero prevalente fu comunque quello stoico: il suo interesse per la natura (condiviso anche dagli epicurei), il concetto di divinità, l’insistita riflessione morale, lasciano arguire che Seneca non fu solo seguace dello stoicismo, ma ne sviluppò anche con originalità alcune posizioni.
Nonostante il saldo ancoraggio alla tradizione filosofica a lui precedente, si può notare in tutta l’opera di Seneca una continua polemica contro la filosofia insegnata nelle scuole, sinonimo spesso di un’erudizione fine a se stessa, contraria al principio che la sapienza non è in verbis, bensì in rebus (Epistulae ad Lucilium 16,3).
La fondamentale trattazione della tematica del tempo era già stata sviluppata da Seneca nell’opera De brevitate vitae.
Oltre ad affermare che la vita non è breve, ma siamo noi a renderla tale, sprecando gran parte del tempo che il destino ci ha concesso, Seneca espone il proprio concetto di tempo, integrando la prospettiva degli stoici con quella degli epicurei: il saggio non deve affidare nulla della propria vita al futuro, perché la vita può cessare da un momento all’altro; egli deve invece interessarsi solo al presente, vivendo ogni singolo giorno come se fosse l’ultimo.
Seneca ha un senso molto moderno della fugacità del tempo e sa che l’unico modo di arginarla è quello di preporre alla quantità del tempo (vivere a lungo non dipenda da noi), la qualità (far buon uso del proprio tempo dipende da noi).
Della tripartizione aristotelica del tempo (“ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà”), il saggio deve privilegiare solo il presente e cercare di sfruttarlo nel migliore dei modi possibile.
Se per gli epicurei si trattava di non pensare alla morte che verrà, per Seneca si tratta di pensare continuamente alla morte: solo chi si prepara per tempo può congedarsi dalla vita senza rimpianti.
Le vie del saggio, brevi o lunghe che siano, devono condurre tutte verso un’unica meta: il riconoscimento della centralità, assoluta ed esclusiva dell’anima “nulla è veramente mirabile, tranne l’anima”.
Tale tesi quindi concede al corpo quanto basta per la sua sopravvivenza e quanto sufficiente per mantenerlo in salute: cibo per sfamarlo, bere per la sete, vestiti per proteggerlo dal freddo, una casa per difenderlo dalle intemperie, rifuggendo in tal modo alle facili lusinghe di una vita comoda e dedita ai piaceri.
Chi si abbandona totalmente al corpo ed ai sensi, dimentica facilmente di avere un’anima, la quale ci fa essere diversi da un animale o da una pianta, ed è l’unica che determini reali differenze di valore tra uomo e uomo.
Riferendosi al corpo infatti, non si nota alcuna differenza tra ricco e povero, sono infatti entrambi mortali ed entrambi sono uguali davanti alla morte.
La stessa uguaglianza davanti alla morte si ha anche per il libero e lo schiavo “nasciamo diversi, moriamo uguali”.
Infatti, il libero e lo schiavo godono dello stesso cielo, vivono, respirano e muoiono allo stesso modo.
La vera, colpevole schiavitù non è quella esteriore, dovuta alla sorte, ma quella interiore dovuta solo a noi stessi.
L’anima dell’uomo ha la possibilità di riscattarsi dalla schiavitù del corpo, cioè dei sensi, delle passioni, delle avidità e delle ambizioni terrene, raggiungendo “l’autosufficienza”, possibile solo attraverso la ragione cioè la filosofia.
Solo la filosofia può rendere l’uomo simile ad un dio facendolo arbitro tra il bene ed il male e costruendo attorno a lui un muro inespugnabile che si ottiene solo vincendo la paura della malattia e della morte e dedicandosi alla pratica della virtù.
La pratica della virtù distacca l’uomo da gioie e dolori caduchi elevandolo alla contemplazione del divino.
La virtù è libertà, la libertà è perfetta ragione, la perfetta ragione è felicità.

di Pippo Petralia