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La Satira

Approfondimento su: La Satira

Satira, dal latino satura, dal tardo latino in poi chiamata definitivamente satira, indica una composizione poetica che rivela e colpisce con lo scherno o col ridicolo concezioni, passioni, modi di vita o atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, oppure caratteristici di una persona o di una certa categoria di persone, che contrastano o discordano dalla morale comune e quindi vengono considerati vizi o difetti oppure discordano dall’ideale etico dello scrittore.
I primi componimenti che a Roma ebbero il nome di satura furono scritti da Ennio, Pacuvio e Varrone e trassero la loro denominazione dalla varietà dei loro metri, come le Menippee di Varrone che erano addirittura miste di versi e di prosa e, non dall’argomento, dal tono, dall’intento che variava da un componimento all’altro.
Colui il quale creò per primo la satira propriamente detta fu Lucilio; per la strada da lui aperta s’incamminarono, ciascuno a suo modo, Orazio, Persio, Giovenale, cosicché Quintiliano poté affermare a buon diritto che la satira era un genere letterario tutto latino “satura quidem tota nostra est”.
L’etimologia del termine satura è tuttavia controversa; con tutta probabilità deriva dall’aggettivo satur – a – um “pieno” : pertanto satura sta ad indicare quindi un qualcosa composto da ingredienti vari ed abbondanti e trattandosi di un’opera letteraria , ne indica la varietà dei motivi contenutistici, forme metriche e stilistiche.
Il grammatico Diomede attesta diverse espressioni di tal genere: una lanx satura: “piatto ripieno” veniva offerta a Cerere con le primizie dei campi; lex satura indicava invece un provvedimento legislativo che riuniva articoli su materie diverse.
Il medesimo termine satura, poteva indicare, secondo Varrone, un ripieno per dolci formato da vari ingredienti.
Poco convincente, infine, il richiamo, riferito da Diomede, ai Satiri greci; si tratta con tutta probabilità di una teoria di origine dotta, che applicava al latino la teoria aristotelica dell’origine del dramma greco dai cori dei Satiri.
Persio, Giovenale e soprattutto Orazio furono a loro volta i modelli tenuti presenti dai satirici di tutti i tempi ai quali, in un certo qual modo, bisogna aggiungere Marziale per la forma rapida e brillante dell’epigramma, Seneca con l’Apocolocyntosis e Petronio con il Satyricon che costituiscono le basi del saggio e del romanzo satirico moderno.

ENNIO


Ennio, è considerato per certi versi, il precursore, ovvero, l’inventore del nuovo genere letterario tipicamente latino della satira, che sarà poi sviluppata da Lucilio e da Orazio.
L’autore scisse infatti le Saturae, opera all’insegna della varietà e rivestono una particolare importanza in quanto inaugurano un nuovo genere letterario destinato ad avere una grande importanza nella storia della letteratura latina.
L’opera era una raccolta, probabilmente divisa in quattro libri, di componimenti autonomi, in metri diversi.
L’unità compositiva era data esclusivamente dalla personalità dell’autore che esprimeva liberamente il proprio pensiero: gli argomenti nascevano dall’osservazione della vita quotidiana ed andavano dall’autobiografia al discorso moraleggiante, alla favola, alternando dialogo e narrazione.
Purtroppo dell’opera sono rimasti poco più di una ventina di versi.

LUCILIO



Il nome di Lucilio rimane indissolubilmente legato al genere letterario della satira poiché l’autore ne fece la sua forma espressiva preferita, anzi l’unica, dandole come carattere distintivo l’aggressività polemica.
Il nuovo genere letterario rispecchia una nuova categoria antropologica, un nuovo modo di orientarsi e di fissare le riflessioni sull’uomo.
Per Lucilio, solo la satira, in quanto caratterizzata per definizione dalla varietà di forme stilistiche e contenuti, è capace da sola, di dare una rappresentazione viva e concreta dell’umanità.
La satira, infatti, prevede l’esplorazione dell’uomo in tutte le sue manifestazioni: ha come centro la personalità individuale dell’autore e si allarga a tutti gli strati sociali ed alle varietà etniche.
In tal modo, è possibile far entrare nelle letteratura argomenti e personaggi che prima erano esclusi, e raggiungere una completa autonomia di giudizio, senza gli inevitabili condizionamenti posti dalla commedia, dalla tragedia o dall’epica.
Lucilio diede al genere letterario satirico un assetto definitivo, tanto da esserne considerato l’inventore.
Lucilio si differenzia da Ennio da un lato per la tendenza a passare dalla polimetria all’uso esclusivo dell’esametro, mentre poi Varrone arriverà all’estremo opposto con l’introduzione del prosimetro, ossia dell’uso alternato, in una stessa opera, di prosa e di versi, dall’altro, Lucilio si caratterizza per la maggiore forza polemica, che non rifugge da diretti attacchi personali.
La particolarità di Lucilio è quella di dare alla satira una dimensione totalizzante: ben trenta libri, in cui viene rispecchiata l’intera esistenza del poeta.
L’edizione completa delle opere di Lucilio fu fatta poco dopo la sua morte, in base a criteri metrici: prima vennero ordinati i componimenti in esametri, poi quelli in distici, per ultimo quelli in metri vari.
In tal modo venne stravolto completamente l’ordine cronologico di composizione delle singole satire; l’esametro, infatti, è la conquista finale dell’evoluzione stilistica di Lucilio, mentre la sezione più antica dell’edizione è in realtà l’ultima, cioè quella in metri vari.
Pertanto, nell’edizione di Lucilio, i libri I-XXI sono i più recenti, e contengono solo esametri, infatti la scelta dell’esametro, che dalla narrazione epica passa alla narrazione quotidiana e dà una forma unitaria alla satira, costituisce la grande conquista della maturità di Lucilio.
I libri XXII-XXV sono costituiti solo da distici elegiaci (esametri e pentametri alternati): considerato uno sfortunato esperimento nella satira.
Il gruppo più antico è costituito dai libri XXVI-XXX, in metro vario, scritti mentre era ancora vivo Scipione Emiliano, quindi prima del 129.
L’ordinamento di quest’ultima sezione segue fedelmente l’evoluzione metrica: i libri XXVI-
-XXVII contengono solo settenari trocaici, il verso maggiormente usato nelle satire da Ennio; i libri XXVII-XXIX contengono anche senari giambici ed esametri, sempre seguendo il modello enniano,
infine il libro XXX contiene solo esametri, secondo quella che sarà la tipica formula di Lucilio.
L’opera di Lucilio è andata completamente perduta, nessun componimento integro ci è pervenuto, tranne qualche brevissimo frammento dei vari libri che sembra dare l’impressione di saltare di continuo da un argomento all’altro e pertanto risulta difficile trarre dai brevi frammenti un senso compiuto.
La ricostruzione dei singoli libri, anche se fatta a grandi linee, risulta difficoltosa poiché ogni libro conteneva più satire autonome di varia lunghezza, di qualche libro non ci è pervenuto alcun frammento, di qualcuno solo il titolo (Collera) e l’argomento (donna amata da Lucilio), solo di qualche libro si può avere un’idea abbastanza precisa come nel caso dei primi tre libri.

- Il libro I conteneva un concilio degli dei con evidente parodia epica, così come avveniva in una solenne riunione del Senato romano veniva posto all’ordine del giorno il problema di come salvare Roma dall’imminente rovina.
La causa di tutti i mali veniva individuata in un discusso personaggio politico, nemico di Scipione, tale Lucio Cornelio Lentulo Lupo che era stato console nel 156, era stato poi espulso dal Senato e poi reintegrato nel 131 addirittura come princeps senatus.
Pertanto la decisione finale presa dagli dei fu quella di sfruttare la sua ghiottoneria e farlo morire d’indigestione.

- Il libro II trattava l’azione giudiziaria promossa, senza successo, dall’oratore Tito Albucio
contro un amico di Lucilio, Quinto Muzio Scevola, genero di Lelio.
La satira riportava l’orazione dell’accusa e quella della difesa; le accuse erano pesanti: furto, omicidio, ghiottoneria, atti osceni, ed il buon gioco della difesa a smontarle una per una, mettendo in ridicolo con feroce ironia l’eloquenza e la grecomania di Albucio.

- Il libro III conteneva, nella forma di una lettera ad un amico, il diario di un viaggio fatto dal-
l’autore in Sicilia.
Il libro contiene la descrizione delle attrazioni turistiche ma anche delle difficoltà e dei disagi del viaggio, spesso con una esagerazione comica.
Non mancano le occasioni per prendersi bonariamente gioco dei personaggi incontrati lungo la strada o conosciuti nelle osterie.

- Il libro V conteneva una lettera inviata dal poeta malato ad un suo amico ed è considerato il
primo esempio di epistolografia poetica nella letteratura latina.

- Il libro IX conteneva la discussione dei problemi letterari dove Lucilio mostra la preferenza
nei riguardi della composizione breve ed accurata in ogni singolo verso anticipando così l’ideale della poesia neoterica.

- Il libro XX conteneva la descrizione di un banchetto lussuoso organizzato da un banditore di
nome Granio.

- Il gruppo dei libri XXVI-XXX era introdotto da un componimento programmatico che
esponeva la poetica dell’autore.
Il poeta confidandosi con un amico, espone il proprio rifiuto nei confronti dell’epica e della tragedia, generi letterari da lui considerati dal tono troppo enfatico e dal contenuto spesso inverosimile, mentre rivendicava la sincerità ed il realismo della propria poesia.
Difendeva la propria aggressività polemica contro i vizi e si compiaceva così di esprimere la propria libera individualità, affermando di poter tranquillamente rinunciare a tutte le ricchezze del mondo per rimanere sempre se stesso cioè di essere sempre Lucilio, infatti si sentiva pienamente realizzato nella poesia.

La satira permette al poeta di poter esprimere in pieno la sua personalità, attraverso discorsi filosofici e moraleggianti, considerazioni e note autobiografiche, lettere ad amici, aneddoti e narrazioni di vario tipo, comprese le favole.
Un altro aspetto della satira luciliana è dato dal carattere duramente aggressivo, che porta l’invettiva in campo sociale, politico e letterario, direttamente contro i singoli individui, senza rifuggire dall’attacco personale, anzi con un certo compiacimento.
Fra gli amici di Lucilio, un ruolo centrale ebbe Scipione Emiliano ed in seguito altre persone di grande cultura dell’aristocrazia romana che gravitavano intorno a Scipione, tutti accomunati da interessi culturali e non politici.
Le satire di Lucilio nascono quindi dal gusto tipicamente scipionico dell’intrattenimento colto, negli intervalli di otium concessi dai negozia.
Nelle satire luciliane traspare infatti uno stile di vita fatto di cultura ed intelligenza, buona educazione e buon gusto, attenzione ed ironia per tutti gli aspetti della vita.
E’ ormai superato il concetto di mos maiorum, cui era attaccato Catone, non bastava più dire:
civis romanus sum per poter soddisfare le esigenze dell’uomo di cultura.
I modelli di comportamento tradizionale, tramandati da padre in figlio,”virtus, gravitas, auctoritas, pietas, e considerati come doveri indiscutibili, vengono ora discussi con spirito critico e vengono quindi, in sostanza trasformati e superati da una moralità fondata su una approfondita riflessione filosofica.
Un’altra caratteristica di Lucilio è il realismo, inteso come capacità di far entrare nelle letteratura argomenti mai prima affrontati e trattati.
Attraverso la satira di Lucilio, viene alla luce, spesso ritratta con impietosa ironia, la vita quotidiana di tutti gli strati sociali romani, dai senatori agli avventurieri, dai raffinati amici di casa Scipione, agli umili gladiatori, dai parassiti alle cortigiane.
La rinuncia da parte del poeta della poesia epico-tragica è innanzitutto il rifiuto di un mondo fittizio, popolato da improbabili personaggi e di modelli perfetti.
Tutto ciò assume un importante rilievo sotto l’aspetto antropologico poiché emergono, per la prima volta nella letteratura latina, modelli di comportamento diversi da quelli tradizionali previsti dai mos maiorum dell’aristocrazia romana.
Pertanto “l’uomo” non è più solo il civis romanus che si realizza nella politica e nemmeno il modello astratto dell’uomo dei filosofi, ma bensì è qualcosa di più ricco e più vario, infatti Lucilio cerca di darne una rappresentazione concreta nei suoi aspetti fisici e psichici.
Attraverso la satira di Lucilio, entra nella letteratura latina il vissuto, il quotidiano anche nei suoi aspetti più “bassi”, in quanto la letteratura guarda all’uomo e parla di lui.
Pertanto il nuovo genere letterario della satira risulta alfine la codifica di una categoria antropologica, un modo di orientare e fissare la riflessione sull’uomo.

ORAZIO



Il grande poeta Orazio, piccolo e non bello, è riuscito a tracciare una grande orma nella letteratura latina, infatti con lui, la riflessione filosofica sulla vita ha preso la veste di satira ed ha cominciato a parlare un linguaggio incredibilmente quotidiano e tutto ciò avvenne durante tutto il corso della sua vita spesso segnata dal tedio e dalla malinconia, ma animata da una straordinaria forza creativa che pochi artisti del passato hanno avuto.
Con Orazio la satira romana raggiunge la sua canonizzazione classica; inoltre da un punto di vista formale, Orazio sceglie definitivamente la forma esametrica.
Lo stesso Orazio riconosce in Lucilio il padre della satira romana, anche se fu dallo stesso Orazio tacciato di durezza e di imperfezione.
Orazio si dimostra pronto ad apprezzare l’arguzia di Lucilio, ma non è disposto a riconoscergli alcuna forma di eleganza nella scrittura.
Lucilio, agli occhi di Orazio, appare come un autore che non ha disciplinato abbastanza la sua ispirazione, che ha curato e limato troppo poco i suoi versi e che inoltre ha scritto poco: il risultato è che finisce per “scorrere fangoso, trascinando spesso più roba da togliere che roba da lasciare”.
Il genere di scrittura praticato da Orazio intende essere più vicino ai modelli greci ed alessandrini ed il suo pensiero rivolto a chi intendesse comporre buona poesia era “cancella spesso, se vuoi scrivere qualcosa che meriti d’essere riletto, e non preoccuparti dell’ammirazione della folla, ma accontentati di pochi lettori”.
La scrittura satirica di Orazio è sostenuta da uno spirito di osservazione della società e della natura umana che nasce dall’esperienza della vita e procede sviluppando riflessioni sui difetti della gente ed inoltre su questioni di natura morale:
Gran parte dei temi affrontati nelle Satire sono comuni all’intera produzione oraziana; le satire si aprono infatti con massime generali, o con brevi scene di dialogo, o con descrizioni e racconti, spesso di carattere autobiografico.
Orazio, in questo scenario, va progressivamente tracciando ed affrontando situazioni tipiche della vita quotidiana, in genere prevale l’impressione di partecipare ad uno squarcio di conversazione, che ci viene presentato anche attraverso la mediazione di una cornice narrativa che ci spiega in che occasione e in che modo gli interlocutori si sono trovati a scambiarsi le battute che leggiamo.
Questo modo di procedere, lega saldamente ogni considerazione di carattere etico, ogni massima di sapienza al racconto di episodi della vita romana.
Il poeta che riflette sul carattere e sulle abitudini degli uomini, rimane ancorato all’interno della cultura romana.
Il suo orizzonte antropologico è quello di chi parla non di “uomini” astratti e generalizzati, ma di “Romani” del suo tempo.
Tanto i valori raccomandati, quanto i difetti censurati, corrispondono a modelli di comportamento osservabili nella vita di tutti i giorni.

SATIRE del libro I



- Nella prima satira, dedicata a Mecenate, si affronta il tema della felicità: nessuno sembra sod-
disfatto della propria condizione, ma non lo sarebbe nemmeno se potesse davvero cambiarla.
Secondo Orazio, in realtà, non sono le condizioni in cui si vive a determinare la felicità: quindi
è inutile affannarsi ad accumulare ricchezza, perché ciò che conta veramente nella vita è solo la
capacità a comprendere quanto limitati siano i propri bisogni reali.
Basterà accontentarsi di quanto è sufficiente a soddisfare le proprie esigenze fondamentali per
vivere, senza cadere negli eccessi opposti di chi sceglie di vivere in indigenza e squallore: “in
tutto c’è dunque una misura, ci sono confini ben precisi, al di fuori dei quali il gusto non può
darsi”
.
- Nella seconda satira si insiste sulla mancanza di moderazione come origine di vari difetti; e fra
questi, Orazio, preferisce affrontare certe preferenze nella vita sessuale della gente: c’è chi ama
il brivido dell’adulterio, c’è invece chi si dedica alle prostitute.
Orazio svolge una lunga requisitoria a favore di chi sceglie la seconda soluzione, esponendoci
un quadro molto interessante della concezione romana dell’adulterio.

- La terza satira si apre con la menzione di un personaggio privo di coerenza e senso della misura, poi Orazio passa a parlare dei difetti di ognuno: bisogna riconoscerli in sé e negli
altri, limitarli più che si può ed usare particolare indulgenza con i piccoli difetti degli amici.
La satira si conclude con una garbata presa in giro della figura del saggio stoico, che si propone come esempio completo e praticamente perfetto.

- Nella quarta satira Orazio parla della satira luciliana e della propria, spiegando la genesi, la
natura ed il fine della sua abitudine a denunziare i vizi ed inoltre, memore della lezione paterna, il poeta dice di continuare ancora a considerare nello specchio della vita altrui la
condotta migliore da tenere nel proprio comportamento.

- La quinta satira, di ascendenza luciliana si racconta del viaggio a Brindisi affrontato insieme
a Mecenate e ad altri amici.

- Nella sesta satira tornerà a parlare del proprio carattere e della generosa educazione ricevuta
dal padre.
L’occasione è offerta stavolta dal ringraziamento a Mecenate: pur vantando un’antica nobiltà, egli ha apprezzato e, dopo un primo incontro piuttosto imbarazzante, ha deciso di ammettere tra i suoi amici il figlio di un liberto, non per i suoi natali, ma per la sua vita ed il suo cuore senza ombre.

- La settima, l’ottava e la nona satira sono le più brevi e presentato tre divertenti episodi: nella
settima si assiste al comico contrasto fra due personaggi, a giudizio davanti a Bruto; nella
ottava è la statua di Priapo a descrivere i malefici notturni delle streghe; nella nona infine, è lo stesso Orazio a raccontarci in prima persona l’incontro ed il dialogo con un tenace seccatore che solo un caso fortunato riuscirà a sottrarlo.

- Nella decima satira Orazio tornerà poi a giustificare il suo giudizio negativo sulla scrittura
luciliana, illustrando anche i principi della propria poetica riponendo la massima fiducia nel gusto dei suoi docti amici.

SATIRE del libro II



Nel libro secondo delle satire oraziane, sembra che l’ispirazione di Orazio sia andata affievolendosi ed in alcune satire il poeta sembra dilungarsi meccanicamente su temi svolti con metodo ma con scarsa convinzione.
Viene dato più spazio ai dialoghi che appare ormai come la cornice privilegiata della satira oraziana.
Infatti, quasi tutti i componimenti sono impostati sin dall’inizio come scambio di battute tra due interlocutori uno dei quali è quasi sempre lo stesso Orazio
.
- Nella prima satira, focalizzata sulla figura di Orazio, il poeta rivolge una serie di domande al
Giurista Trebazio Testa sull’opportunità di scrivere poesia satirica; alle risposte scoraggianti che immagina di ricevere, ribatte difendendo la sua vocazione.

- Nella seconda satira si espongono le lodi rivolte dal contadino Ofello al cibo modesto,
che hanno venature ironiche di predicazione sapienziale.

- Nella terza satira, Damasippo si impegna in un minuzioso sviluppo del tema “siamo tutti
folli”, riportando le opinioni del filosofo Stertinio

- La quarta satira, d’ispirazione luciliana, tratta l’esposizione di una precettistica gastronomica
a carattere parodico: norme gastronomiche sono presentate in forma di principi della massima rilevanza filosofica da Cazio.

- Nella quinta satira troviamo un elenco di precetti a carattere paradossale. Stavolta è il
fantasma di Tiresia che li impartisce ad Ulisse, il quale lo interroga su come potrà ricostituire il proprio patrimonio, una volta terminate le sue peregrinazioni: il risultato finale è una sorta di manuale del cacciatore di eredità.

- Nella sesta satira, centrata sulla figura di Orazio, prendendo spunto da un’invocazione a
Mercurio, perché gli conservi la villa sabina donatagli da Mecenate, Orazio sviluppa una lode convinta della vita in campagna, contrapponendola ai disagi ed alle fatiche che comporta l’abitare a Roma.
Il contrasto fra i due modelli di esistenza è riproposto nell’apologo conclusivo, raccontato da un commensale di Orazio: si tratta della celebre favoletta del topo di campagna e del topo di città.

- La settima satira merita un’attenzione particolare: secondo le consuetudini, in occasione dei
Saturnali, allo schiavo Davo viene concessa libertà di parola, ne viene fuori una vera e propria predica del servo a Orazio, cui il padrone riesce a metter fine solo facendo seguire agli improperi le minacce.

- Nell’ottava satira, argomento luciliano, viene descritto il banchetto di un uomo ricco ma privo di eleganza: Fundanio racconta la cena offerta da Nasidieno, tanto petulante nel decantare le portate, quanto avaro nell’offrire il vino.

E’ necessario soffermarsi attentamente sulla settima satira per comprendere tutta la tematica satirica oraziana: Davo rimprovera ad Orazio soprattutto l’incoerenza, e questo produce un rilevante effetto di lettura su tutti i suggerimenti di saggezza proposti nell’ambito delle Satire.
Secondo Davo, Orazio sarebbe il primo ad avere orrore di quei costumi dell’antica plebe che va elogiando, se solo fosse costretto a praticarli, tant’è vero che desidera la campagna solo quando è a Roma, mentre lontano dalla città è tormentato dal desiderio di tornarci.
Se non viene invitato a cena, loda il cibo modesto, ma poi quando lo invitano si affretta ad accettare e per di più ama gli adultèri, nonostante i loro pericoli.
Quindi, si può affermare che, fra Davo ed il suo padrone, il vero schiavo è Orazio, incapace di quel dominio su se stesso, che dovrebbe garantire la libertà di cui gode il sapiente.
La scena fra Orazio e Davo pone l’accento su un elemento essenziale della morale proclamata dal poeta, ovvero di tutta la sua opera: il distacco di chi non chiede di essere preso troppo sul serio, di chi vuole sdrammatizzare la gravità dei princìpi di misura, coerenza e moderazione che enuncia.
La poesia satirica di Orazio è costantemente attraversata da una evidente sfumatura ironica, ed è ben lontana dalla tensione aspra che la satira successiva imprimerà all’osservazione dei costumi e dei vizi che caratterizzano la società del tempo.
Orazio preferisce sorridere laddove poeti come Persio e Giovenale si indignano ed usano in modo pesante l’arma del sarcasmo.
In tal modo i princìpi etici vengono quasi ridimensionati, mantenendo una misura umana ed una leggerezza spesso estranea alla predicazione moralista.

PERSIO



Con Persio, la satira, passa dal modello ormai considerato classico cioè quello oraziano, a toni nuovi, in cui, predomina la tendenza alla riprovazione moralistica: la stessa che poi comparirà in Giovenale.
L’opera di Persio è assai scarna, che godette però di grande fortuna, nonostante le molte oscurità che ne rendono spesso difficile la comprensione.
Di ispirazione e di forte impronta stoica, Persio osserva la realtà a lui contemporanea, mettendone in luce, con toni aspri e tesi, non tanto aspetti comici quanto i lati grotteschi e disgustosi.
Persio rimane un autore duro, che non fa nulla per farsi leggere, al contrario sembra quasi che voglia respingere il lettore, stancarlo, fargli capire col suo modo di scrivere quanto è brutto il mondo.
Di Persio ci sono giunte sei satire per un totale di 650 versi in esametri, inoltre la raccolta presenta un breve brano in “coliambi” (o giambi zoppi) che viene considerata una sorta di prologo alla raccolta; qualche critico la considera invece un epilogo cioè che dovesse trovarsi alla fine.

Nei Choliambri l’autore afferma di non aver conosciuto le consuete investiture poetiche e di lasciare i luoghi sacri e gli onori della poesia greca agli scrittori del passato oppure a quelli che si credono capaci oppure si illudono di poterli imitare.

- La prima satira affronta il tema della produzione letteraria contemporanea nella quale Persio
mette in mostra il cattivo gusto, l’intima depravazione ed il narcisismo dei poeti del suo tempo, disposti a tutto pur di guadagnarsi il più tiepido applauso.
Persio indica quali suoi modelli: Lucilio ed Orazio fra i Romani, fra i Greci i poeti della commedia antica.

- La seconda satira è indirizzata all’amico Macrino al quale raccomanda di chiedere agli dei,
con semplicità, la salute del corpo e le migliori doti dell’animo.
Non bisogna fare come quelli che pregano in silenzio per non far sentire agli altri le loro richieste, inconfessabili o superstiziose; oppure come quelli che coprono d’oro le immagini divine, credendo che anche gli dei abbiano le stesse debolezze degli uomini.

- La terza satira è un’elaborata esortazione a non sprecare la propria vita; bisogna fare buon uso delle proprie giornate e forgiare in tempo il proprio carattere, così da prevenire, finché si è giovani, il radicarsi dei vizi.

- La quarta satira affronta il tema del “conoscere se stessi” in due distinti quadri: nel primo presenta un dialogo tra Socrate ed Alcibiade, che viene esortato ad aspirare a valori come la saggezza e la giustizia, piuttosto che rincorrere il favore della folla, contando sulla propria bellezza e nobiltà.
Nel secondo quadro si sviluppa l’invito all’autocoscienza e ad abbandonare l’abitudine di criticare i difetti degli altri, senza riconoscere i propri.

- La quinta satira è nettamente divisa in due parti; nella prima, Persio respinge i toni gonfi ed
altisonanti della poesia epica e tragica, aspirando ad una poetica modesta e riservata, insieme alla profonda amicizia che lo lega al suo Cornuto.
Nella seconda parte, parla del tema della libertà, che deve essere innanzitutto libertà interiore.
- La sesta satira dedicata all’amico Cesio Basso, Persio afferma di voler fare un uso moderato
di ciò che possiede, biasimando gli avari e l’avidità degli eredi.

I resoconti sviluppati nelle Satire di Persio sono destinati a dare un’idea parziale dell’impressione complessiva che si ricava da quest’opera.
Prima di tutto la tematica dei singoli componimenti non è quasi mai delineata chiaramente, ma emerge solo dal susseguirsi, spesso disarticolato, di brevi scenette di vita quotidiana, spezzoni di dialogo, rapide considerazioni di carattere moralistico.
La particolarità dell’opera di Persio sta forse più nell’insieme dei quadri presentati che in una coerente intenzione di insegnamento morale.
La tecnica di Persio mira direttamente a suscitare la ripugnanza del lettore per le situazioni descritte, più che a formulare una condanna esplicita dei vizi criticati.
Persio presenta spesso dialoghi fra due interlocutori, quasi sempre indeterminati, preoccupandosi raramente di esplicitare i rapporti fra le voci.
Quello che rende difficile l’interpretazione del testo, è la mancanza quasi assoluta di un chiaro filo dell’argomentazione.
Persio non espone e non sviluppa i suoi temi, ma tenta di farli scaturire dalla sequenza delle scene e delle sue considerazioni, spesso accostate le une alle altre senza alcun elemento di connessione.
Ma la difficoltà maggiore non dipende solo dalla struttura compositiva, ma dipende anche dalla ricercatezza linguistica di questi componimenti.
Infatti, sui modi tipici della satira, cioè quelli del linguaggio quotidiano con tutte le sue espressioni anche le più crude, la poesia di Persio innesta un sofisticato ed originale repertorio retorico e linguistico, fatto di metafore sorprendenti e talvolta enigmatiche, allusioni oscure, accostamenti lessicali inediti e quindi di difficile interpretazione.
I pregi vanno ricercati nella costruzione delle singole scene, dei singoli quadri; in questi contesti, la propensione a rappresentare realisticamente situazioni grottesche, riesce a far breccia nel tessuto laborioso dell’opera, e a suscitare nel lettore un’impressione decisa e marcata.
Allo stesso modo, la tensione che lo sguardo severo del poeta crea attorno all’osservazione dei costumi del tempo, riesce a creare effetti espressivi efficaci: specialmente nelle immagini, talvolta disgustose e ripugnanti in cui i vizi, piuttosto che essere descritti in astratto, prendono quasi le forme di personaggi umani.
L’ironia che traspare dall’opera di Persio è piuttosto celata: nella sua poesia predominano toni di disprezzo e di ripugnanza, che la rendono decisamente lontana da quell’atteggiamento distaccato che è tipico della satira di Orazio.
Il taglio realistico delle descrizioni e l’uso di un linguaggio vicino a quello di tutti i giorni aprono all’interno dell’opera di Persio dei brevi squarci sulla vita quotidiana.
Le immagini più frequenti sono legate ad aspetti particolari della vita familiare, credenze popolari, rituali religiosi o superstizioni.
Persio parla e descrive anche oggetti minuti che caratterizzano il mondo dell’infanzia: il gioco delle noci, così pure il gioco delle bambole, oggetto particolarmente caro alle ragazza romane che in genere dedicavano a Venere al momento di diventare adulte.
Cita anche i due distintivi che marcavano, verso i 16 anni, l’abbandono della minore età da parte dei ragazzi: la bulla ovvero il ciondolo apotropaico indossato fin dalla nascita e la toga pretesta, cioè la toga bordata di porpora, che era l’abito tipico dei minorenni che veniva cambiata con la toga “virile” che era interamente bianca.
Non mancano quadretti legati a personaggi e situazioni della vita familiare come la figura severa dello zio paterno al quale per tradizione spettava una funzione repressiva nei confronti del nipote.
Inoltre la nonna e la zia materna descritte come personaggi affettuosi, ma anche con un tono di scherno, mentre si danno da fare attorno alla culla del nipotino per allontanare da lui il malocchio e gli toccano la fronte col dito medio bagnato di saliva, cercando anche di attirare la fortuna su di lui con una filastrocca.

PETRONIO

Petronio è più grande narratore del mondo antico: anche se la sua grandezza è stata a lungo misconosciuta a causa dei contenuti, erotici ed amorali del suo romanzo: il Satyricon.
Trattasi di un’opera cruda, dai toni fondamentalmente realistici, ma che è considerata, giustamente, un capolavoro per il suo stile leggero, trasparente, pieno di elegante ironia.
Petronio non si è vergognato di mescolarsi con la vita, anche nei suoi aspetti più bassi, lo ha fatto perché era certo di poterne ridere e soprattutto di poterne scrivere.

La storia narrata nel Satyricon inizia a Marsiglia e qui in occasione di una pestilenza, Encolpio, il personaggio narrante, viene scelto dai cittadini come capro espiatorio e scacciato dalla città.
Inizia un vagabondaggio, apparentemente casuale, che porta il giovane a toccare varie città dell’Italia
Meridionale.
Encolpio sembra essere incorso nell’ira di Priapo, il dio dall’enorme fallo, il quale perseguita il giovane lungo il corso delle sue peregrinazioni.
Una chiave di lettura, della persecuzione, potrebbe essere forse nel fatto che Encolpio assomiglia al dio nell’aspetto, non gli assomiglia invece nel carattere: Priapo è un protettore di greggi e giardini, un mortale nemico dei ladri, mentre Encolpio viene descritto come giovane abbastanza colto ma spiantato, spesso costretto, appunto, a rubare.
Priapo, prende le sue vendette sul giovane, colpendolo nella sfera sessuale, costantemente coinvolto in affari di sesso, contrapponendogli donne possessive che lo sottopongono ad estenuanti rituali erotici,
sia disturbando i suoi amori con la presenza di qualche terzo incomodo, oppure, precipitandolo nella più completa impotenza, o, infine, facendolo cadere fra le mani di orride megere che lo seviziano con improbabili pratiche magiche per restituirgli l’antico vigore.
Tutto il romanzo è intrecciato di racconti amorosi anche di natura omosessuale e raggiunge l’apice nella famosa “cena di Trimalchione” dove ogni evento della cena viene accompagnato da un sottofondo di musica e canto e può diventare a sua volta un pretesto per una raffica di battute, novità e trovate spettacolari.
Nello svolgersi della cena si coglie l’occasione per parlare della brevità della vita, sulla bassezza e sulla pochezza dell’uomo; inoltre lungo il discorso si intrecciano frasi fatte e massime di saggezza popolare, pettegolezzi e valutazioni politiche, riflessioni sulla vita e sulla morte.
I singoli interventi sono un capolavoro di mimesi linguistica, perfettamente intonata al basso o bassissimo grado sociale di questi liberti, non tutti egualmente arricchiti, ma sempre e comunque, vincolati, nei loro giudizi, al solo parametro della ricchezza.
L’opera, come noi oggi la possediamo, è costituita da un collage di frammenti, di diversa estensione e di varia provenienza.
Il Satyricon viene considerato un romanzo satirico, ma gli antichi non avevano un termine specifico per il genere letterario che noi intendiamo come romanzo; inoltre lo stesso titolo dell’opera suggerisce possibili accostamenti al genere satirico: Petroni Arbitri Satirarum , Petroni Arbitri Satyri fragmenta,
anche se oggi si tende a considerare un ottimo codice (il Bernensis del IX secolo) Petroni Arbitri Satiricon, che ritoccato nella forma greca Satyricon che si trova in vari codici che vuol dire al tempo stesso “libri di racconti satirici” e “libri di racconti satireschi”, con il duplice richiamo alla tradizione della satira ed alla proverbiale lascivia dei satiri.
Non mancano richiami all’opera omerica in cui si intrecciano racconti di persecuzione e di viaggi ed ancora sul modello epico Ulisse-Penelope: un giovane ed una giovane si innamorano, ma poi per tutta una serie di imprevisti vengono separati per poi potersi finalmente ricongiungere dopo aver superato tantissimi ostacoli di vario genere e natura e, la perfetta reciproca fedeltà permette loro di coronare il loro sogno d’amore.
In Petronio non c’è solo la ripresa parodica di questo schema, ma anche il suo derisorio ribaltamento:
la coppia di fidanzati protagonisti non è eterosessuale, bensì omosessuale e, nonostante i due non si siano mai separati il tema della “fedeltà conservata a tutti i costi” è tramutato in quello della “fedeltà tradita di continuo”.
Un’altra importante novità formale è che: mentre i romanzi e le novelle greche sono sostanzialmente racconti in prosa, il Satyricon è caratterizzato da un continuo alternarsi di parti in prosa e parti in versi.
Il plurilinguismo della “Cena” cioè il multiforme impasto linguistico con cui Petronio rende il parlato popolareggiante di Trimalchione e dei suoi rozzi commensali, distinguendolo dall’eloquio più elegante, ma anche più controllato e meno creativo di un Encolpio, rappresenta senza dubbio il più felice raggiungimento del realismo antico.
Ma né l’istanza realistica né quella parodica, esauriscono le infinite possibilità della forma prosimetrica, essa costituisce una forma flessibile che si presta molto bene ad ospitare quello che possiamo definire lo “sperimentalismo poetico” di Petronio.
Petronio non è solo un prosatore di scioltezza inarrivabile, ma anche un poeta di buon livello.
Un altro aspetto molto importante della forma prosimetrica è infine la teatralità.
Il Satyricon è pieno di riferimenti al teatro, alla vita intesa come teatro, alla pochezza delle parti che il teatro della vita ci assegna e così via.
Abbondano i colpi di scena, le scenografie pacchiane, le bastonature da farsa e tutte le più tipiche situazioni da mimo, con madri di famiglia dissolute ed intraprendenti, truffe di impostori, risate sguaiate.
Probabilmente il Satyricon fu scritto dal Petronio per essere recitato, cioè declamato davanti ad un pubblico: proprio per le parti in poesia, ora enfatiche o pompose, ora ironiche o maliziose, potevano favorire lo sfoggio delle migliori capacità istrioniche.
Infine c’è da aggiungere che Petronio non è un letterato “formalista”, guarda alle cose, è appassionato
delle realtà della vita anche se spesso la disprezza.
Secondo Tacito, il Petronio elegantiae aribiter alla corte di Nerone, trascorreva il giorno dormendo e riservava la notte agli affari ed ai piaceri.
Non sappiamo con certezza se il Petronio di Tacito sia l’autore del Satyricon, ma è certo che il Satyricon tratta, sia pur con ironia, di tutti quei vizi e di quei comportamenti contrari alla natura che le Epistulae morales condannavano senza scampo.
Seneca difendeva la fedeltà coniugale, prendendosela con chi pretende dalla moglie il pudore, ma seduce le donne degli altri; condannava il lusso e l’ostentazione; aveva orrore dei giochi gladiatori ed era convinto che il mimo, come spettacolo, non servisse ad altro che a rendere l’uomo più avido ambizioso e dissoluto; disprezzava i cacciatori di eredità; derideva gli effeminati; chiamava la “felicità mascherata”, la felicità finta di chi vive solo di ostentazione e di apparenze; contrapponeva alla modesta stanza da bagno di Scipione Africano il lusso pacchiano e smodato dei bagni privati dei liberti.
Dietro la figura di Trimalchione potrebbe esserci Nerone stesso, con le sue manie letterarie, la passione per il teatro e la teatralità, la fissazione per l’astronomia, la compiaciuta ostentazione, anche se la critica all’imperatore sia nel romanzo petroniano meno scoperta, così come sembra di fatto diluita e distribuita tra più personaggi.
Il Satyricon sembra dunque intessuto di idee senecane ma alla rovescia; infatti tutto ciò che Seneca disprezza o bandisce diventa comportamento istintivo, pratica corrente dei personaggi del Satyricon.
La struttura del romanzo intreccia ad un andamento lineare progressivo un andamento circolare , che riporta sulla strada di Encolpio personaggi già incontrati e già lasciati, in una sorta di ritorno indietro del tempo che ha i tratti angosciosi dell’inutile andirivieni di un labirinto.
Non conosciamo il finale del romanzo, quindi, ignoriamo se queste peregrinazioni approdassero a qualcosa di sensato, alla scoperta di una verità, all’acquisizione di un tesoro, o simili.
E’ più probabile che approdassero alla parodia di qualcosa di sensato, alla scoperta di verità per ridere, all’acquisizione di un tesoro di monete false.
Nonostante tutto, è proprio il viaggio inutile ed insensato che interessa a Petronio, poiché dal punto di vista letterario non può considerarsi né inutile né insensato, ma è di per sé divertente e liberatorio come una interminabile rassegna di vizi e di tipi umani.
La forza primaria e dominante dell’istinto si mostra, nel Satyricon, non solo nel prevalere indiscusso delle ragioni del sesso, ma anche nel rilevante interesse antropologico e folcloristico, come le favole di licantropia, di streghe, come le magie “priapiche”, come ancora il cannibalismo imposto ai cacciatori di eredità e da questi forse realmente attuato in un agghiacciante regresso ad una ritualità ancestrale.
Tra gli aspetti originali del romanzo petroniano va dato grande rilievo all’eros, tanto da essere considerato sconvolgente.
Eppure, il suo coinvolgimento nella scabrosità delle scene da lui stesso concepite, resta sempre molto scarsa.
Lo stile con cui le descrive è immancabilmente elegante ed ironico: vuole essere trasparente e per questo non si lascia coinvolgere in ciò che narra.
Inoltre, al fondo dell’eros petroniano aleggia il fantasma della frigidità e dell’impotenza, manca la vera gioia amorosa o è presente di rado.
L’autore è convinto che l’amore difficilmente rende felici e che inoltre quando questo avviene non è certo attraverso il veicolo della perversione.
Credulità, malizia, sensualità incontrollata, slealtà, intrigo e bassezze d’ogni tipo: questa è la realtà del mondo del Satyricon.
C’è una fuga anche in questo: i personaggi si guardano negli occhi, si leggono dentro e scoppiano in una fragorosa, scomposta risata liberatoria.
Anche così, Petronio, sembra dirci come, da un mondo che non riesce a conservare i suoi valori, da un mondo degradato come quello in cui vive, non c’è vera possibilità di fuga, ma solo di consapevolezza.
La grandezza dell’opera petroniana sta tutta nella felicità dello stile e nella molteplicità dei linguaggi utilizzati.
Lo stile narrativo di base ricco e nitido, scioltissimo, capace di accelerazioni, di sintesi descrittive molto efficaci, ma anche studiati rallentamenti, di indugi compiaciuti su qualche particolare.
Nella perfezione di questa lingua cristallina sta il segreto di quella leggerezza e di leggibilità che hanno anche le pagine più scabrose: una nuda dissolutezza che si lascia guardare senza scandalo.
Le parti in versi toccano l’intera gamma dei toni e degli stili e, a seconda dell’argomento, dal tragico all’elegiaco, dall’epico al lirico, passando anche attraverso la sperimentazione di versi sotadei e anacreontica.
Il capolavoro di Petronio sta nel dialogo nel famoso sermo plebeius della Cena, ove i personaggi parlano una lingua zeppa di volgarismi e solecismi, grecismi e sgrammaticature usate dal basso popolo.
E non si tratta solo dell’impasto linguistico: è la cultura stessa dei ceti medio-bassi, fatta di aneddoti e pettegolezzi, proverbi e credenze astrologiche, luoghi comuni e buon senso, sono la mentalità, il carattere, le incoerenze, i salti logici e di umore dei singoli che troviamo rispecchiate nei dialoghi tra commensali.

GIOVENALE



Con Giovenale si chiude la storia del genere satirico a Roma, infatti rispetto al genere di Lucilio, molto è cambiato.
Ad essere prese di mira sono per lo più figure esemplari fittizie o idealizzate; oppure personaggi di un passato non troppo lontano, dei quali vengono posti in risalto quei difetti che si possono osservare anche nella realtà degradata odierna.
Giovenale rivela un disagio di un periodo storico dove l’esercizio della libertà di parola non era più praticato e mostra la tendenza del genere ad indirizzarsi verso temi generici, esemplificandoli con episodi tipici, tratti dalla vita quotidiana.
Di Giovenale ci sono giunte sedici satire divise in cinque libri: il libro I va dalla prima alla quinta satira, il II comprende solo la sesta satira, il III dalla settima alla nona, il IV dalla decima alla dodicesima, il V dalla tredicesima alla sedicesima satira.

- Nella prima satira il poeta spiega le sue scelte letterarie: vedendo lo sfacelo della società (nobiltà
in rovina, cacciatori di testamenti, avidità, adulteri, ecc.), non si può rimanere in silenzio.
E’ la realtà che fornisce materiale alla poesia che nasce dall’ira e dall’indignazione di fronte al
completo sovvertimento della morale.
La somma aspirazione di tutti è solo la ricchezza e per riuscire a raggiungerla bisogna tentare i delitti più spregiudicati; la gente perbene riceve lodi solo a parole.
Per illustrare i vizi della società, il poeta parlerà di personaggi ormai morti.

- Nella seconda satira, a smascherare i falsi moralisti è chiamata una donna, Baronia, che rimpro-
vera agli uomini ogni tipo di depravazione tra le quali l’omosessualità.
Rispetto agli eroi della Roma antica, l’effimetezza dei raffinati contemporanei ha qualcosa di mostruoso, ancora peggio delle debolezze imputabili alle donne:
I Romani che hanno conquistato il mondo fino ad allora conosciuto, hanno costumi che non potrebbero rimproverare neanche ai loro sudditi.

- Nella terza satira si narra di Umbricio che fugge da Roma e spiega i motivi della sua decisione:
poiché Roma è ormai invasa da una massa di orientali che hanno imposto i loro costumi basati su adulazione, ipocrisia, adulterio, depravazioni sessuali, ed ha raggiunto il monopolio del mestiere di cliens.
Inoltre nell’Urbe si è creata una distinzione sociale determinata dalla ricchezza che ha reso la città invivibile.
Tutto costa caro e per la gente normale la vita quotidiana è diventata pericolosa ed insopportabile a causa di crolli, incendi, confusione, rumore, violenza.

- Nella quarta satira si passa dal caso del vizioso Crispino, che ha comprato del pesce ad un
prezzo esorbitante, all’episodio di una pesca sensazionale nell’Adriatico dove è stato catturato un gigantesco rombo che viene offerto all’imperatore Domiziano.
Continua con il racconto della seduta in cui il Senato, riunito in gran fretta, decide di costruire un tegame adatto a cucinare il pesce.

- Nella quinta satira si narra che la vita di un vecchio cliente è ormai insopportabile; farsi invitare
ad una cena è diventato difficilissimo se non si ha almeno il censo equestre: si viene trattati con estremo disprezzo, si devono subire delle vere e proprie angherie da parte dei servi.
Quindi, chi si assoggetta a subire trattamenti simili, merita di subirli.

- L’argomento della sesta satire è la Pudicitia, divinità di pertinenza femminile, la quale ha
lasciato la terra alla fine dell’età dell’oro.
Il poeta cerca di dissuadere Postumo a sposarsi poiché c’è ormai solo un vasto campionario di temibili donne:le patite degli spettacoli, le nobili ricche che umiliano il marito e lo tengono in ostaggio grazie alla loro dote, le raffinate grecizzanti, le mascoline, le saccenti letterate.
Inoltre questo campionario femminile ama il litigio e l’inganno.
Nei costumi tradizionali delle donne romane si è insinuato da tempo, insieme col lusso, ogni vizio come la depravazione sessuale, i piaceri della tavola, l’uso del vino, la profanazione dei culti femminili, la prodigalità.
Appaiono insopportabili anche le abitudini da parte delle donne a truccarsi, tiranneggiare il marito, praticare superstizione e magia.
Inoltre serpeggia nelle loro menti il desiderio di rimanere uniche eredi del marito e pertanto prevarica in loro il desiderio di abortire e addirittura di sopprimere i loro figliastri.
Si tratta quindi di donne criminali lucide e determinate spinte solo dal desiderio del guadagno.

- Nella settima satira si parla delle misere condizioni in cui vivono i poeti, i quali devono ricorrere
ad ogni espediente per poter vivere, ma non si trovano certo in miglior condizioni economiche i
maestri di retorica, gli storici, ecc, pertanto, dice Giovenale, non si può fare buona poesia se si è tormentati dall’indigenza.

- La satira ottava rimprovera ai nobili di deturpare la memoria dei propri antenati conducendo uno
stile di vita del tutto riprovevole.
L’unica cosa che rende nobili è condurre uno stile di vita lodevole; ormai i nobili si abbassano ai più infami comportamenti.
Non c’è da stupirsi in un simile comportamento, da quando a Roma si è visto un imperatore come Nerone fare il cantante.

- Nella nona satira Nevolo lamenta di essere stato mal ripagato per i servigi resi al suo padrone,
benché abbia sempre soddisfatto i desideri sessuali di entrambi i coniugi.
Prega i Lari che lo aiutino a trovare un “onesto” lavoro, che gli permetta di vivere, per mezzo del suo sesso.

- La decima satira parla del fatto che pochi sanno distinguere qual è il vero bene; infatti tutti
pregano gli dei di poter diventare ricchi: ma, vale la pena di diventare ricchi e potenti?
Rimane ancora vivo il ricordo di Seiano che precipitò dalla gloria all’odio da parte del popolo.
Non ebbero sorte migliore nemmeno Cicerone e Demostene o grandi condottieri come Annibale, Alessandro Magno.
Avere una lunga vita ed essere belli, può nascondere delle insidie, è bene che decidano gli dei
su ciò che è meglio per gli uomini, chiedendo loro solo le cose più semplici: la salute del corpo e dello spirito e la capacità di non desiderare nulla.
L’unica via giusta da percorrere è quella della virtù e quella della saggezza, che mettono al riparo dai capricci della “fortuna”.

- Nell’undicesima satira, il poeta invita a far valere il principio di “conosci te stesso” anche nei
piaceri della tavola.
E’ inutile desiderare dei cibi costosi se non si ha la possibilità di ottenerli.
Persico viene invitato a partecipare ad una cena semplice, in un ambiente semplice, ove potrà rendersi conto che non c’è alcuna contraddizione tra i princìpi ed i comportamenti del poeta.
Durante la cena non ci saranno i divertimenti delle case eleganti, ma si leggeranno versi di Omero e di Virgilio.

- Nella dodicesima satira il poeta racconta di aver offerto un sacrificio di ringraziamento per il
ritorno di un suo amico scampato ad un naufragio.
Il suo gesto non è dettato da alcun interesse, non mira alla sua eredità, poiché il suo amico è padre
di ben tre figli.

- La tredicesima satira racconta di un certo Calvino che viene invitato a non lamentarsi perché un
conoscente non gli restituisce dei soldi.
Aver fiducia sarebbe sconcertante, inutile spergiurare, pratica ormai comunissima, non solo perché si crede più nella fortuna che negli dei, ma anche perché che crede negli dei spera o in un ritardo del loro castigo o nella loro indulgenza.
Si può avere consolazione vedendo quanti e quali delitti terribili si consumano ogni giorno in una città come Roma.
E’ veramente una meschina consolazione, continua il poeta, ottenere vendetta, poiché i colpevoli sono afflitti dal rimorso e la loro vita è tormentata dall’angoscia; tuttavia chi ha intrapreso la via della colpa non è capace di fermarsi.

- La quattordicesima satira affronta l’argomento dell’educazione fondamentale che viene impartita
dai genitori ai propri figli.
E’ necessario aver rispetto dei ragazzi che sono figli dei nostri costumi.
Anche l’avarizia è da considerare dannosa e non bisogna confonderla con la parsimonia, la quale, era considerata una vera e propria dote nell’antica Roma e da quando è scomparsa per essere soppiantata dal desiderio della ricchezza, sono stati commessi reati e delitti di ogni genere.
Il povero al contrario vive tranquillo; la saggezza rende superfluo l’aiuto degli dei, ma se non ci si accontenta delle cose necessarie e del censo equestre, allora non ci si accontenterà mai di nulla.

- Nella quindicesima satira si parla delle abitudini alimentari degli Egiziani, inoltre, si è venuti
a conoscenza di qualcosa di veramente sconcertante: durante uno scontro tra Ombi e Tentira, un Tenterita è stato mangiato crudo dai suoi avversari.
Si conoscono fatti simili accaduti presso altri popoli, ma si sono svolti in occasioni disperate che possono essere ritenuti giustificabili.
Il gesto degli Egiziani non trova alcuna giustificazione, in quanto hanno commesso il crimine spinti dalla rabbia che è l’opposto della sensibilità, la quale è considerata la dote che distingue gli uomini dalle bestie feroci.
Ormai la concordia che regna fra gli animali feroci è da considerarsi superiore a quella degli uomini.

- Nella sedicesima ed ultima satira, il poeta parla dei vantaggi della vita militare che garantisce
assoluta impunità e privilegio nel possesso dei beni.

La scelta poetica di Giovenale è spiegata dallo stesso poeta nella parte introduttiva, dove dice di voler scrivere nel genere letterario di Lucilio e di Orazio in contrapposizione alla letteratura contemporanea che tratta solo argomenti astrusi di alcuna importanza come quelli tratti dal mito o dalla pratica retorica.
Giovenale sente il bisogno di raccontare la realtà e non la finzione letteraria, pertanto è in quest’ottica che va considerata la stretta dipendenza dell’ispirazione dalla materia della vita quotidiana: guardare il panorama della società contemporanea e scrivere satire, sono due aspetti inscindibili per il poeta.
La molla di questo processo è l’indignazione che è capace di sopperire anche all’eventuale difetto di talento.
Pertanto l’attività umana destinata ad entrare nella pagina di Giovenale è necessariamente quella che smuove la sua ira: cioè, lo spettacolo di degrado morale che offre la Roma contemporanea.
La maggior parte dei componimenti di Giovenale sono dedicati alla descrizione dell’umanità che popola Roma: ritratti di intriganti, poveracci, clienti adulatori, cacciatori di testamenti, ladri, personaggi grotteschi o ripugnanti della casa imperiale, ricchi avidi ed avari, crapuloni, nobili in rovina, omosessuali, adulteri, falsi moralisti, donne particolarmente frivole, depravati, crudeli, ecc.
Nei versi di Giovenale non predomina il tono della comicità, bensì il tono sdegnato che è tipico della satira di epoca imperiale.
Rimane estraneo a Giovenale il tono ironico e distaccato di Orazio; la tensione dello sdegno indirizza la sua poetica verso l’invettiva, la quale non si rivolge mai verso oggetti ben definiti, ma, sembra piuttosto indirizzata verso tipi umani dai generici caratteri che presi come esempi, servono a rappresentare i modelli culturali biasimati dal poeta.
A partire dalla nona satira lo sdegno sembra attenuarsi per far posto ad una visione meno amara e risentita, quindi, a creare un’immagine più serena e positiva della realtà, più vicina ad Orazio.
Accanto al disprezzo per i propri simili compaiono spunti di insegnamento morale con una specifica dichiarazione dei modelli da seguire.
Anche la vita letteraria di Roma viene descritta dal poeta con tinte fosche; Giovenale, infatti, rimpiange l’invidiabile condizione dei grandi poeti del passato come Orazio e Virgilio.
Anche il ruolo dell’imperatore visto come protettore degli uomini letterati viene assimilato a quello di un patrono, al quale i giovani possono con fiducia rivolgersi, tributandogli, in cambio, riconoscimenti per la sua generosità.
Parla con disprezzo delle sale di recitazione gestite solo da ricchi avari che alimentano solo il narcisismo dei poeti senza riuscire a far superare le loro difficoltà economiche.
Secondo Giovenale, la decadenza della letteratura viene collegata al degrado del contesto morale di Roma, in cui l’avidità e la mancanza di scrupoli da parte dei ricchi, hanno soffocato sia la buona letteratura così pure i buoni costumi.
Giovenale non indica alcuna ricetta di rifondazione morale, si limita a contrapporre la degradazione del presente alla purezza dei costumi di un tempo, quando nell’Urbe regnava un comportamento improntato alla parsimonia.
La parsimonia, la povertà, la vita vissuta senza pretese da parte di un popolo di pastori e di contadini, sono i tratti dei romani di un tempo ai quali ispirarsi.
Giovenale, con occhio particolarmente critico, parla anche delle donne romane, le quali, con le loro frivolezze hanno ribaltato l’aspetto della donna fedele, modesta, riservata e relegata all’interno dello spazio domestico, cioè quello stereotipo di donna della prima epoca repubblicana.
Gli antichi Romani elogiati dal poeta, non erano altro che semplici pastori e contadini, i cui meriti erano fondati sul valore personale e non sulla ricchezza: gestire cariche pubbliche, non impediva ai grandi di un tempo di lavorare i campi con la zappa.
Secondo Giovenale, sarebbe necessario rifarsi a questi modelli di comportamento senza credere che la gloria possa discendere dagli avi onorati ai loro discendenti.
Per il poeta, Roma, è diventata esportatrice di malcostume e pertanto, la superiorità della cultura romana rispetto alle altre culture straniere, può essere ristabilita solo liberando i costumi ormai corrotti ed intaccati venendo a contatto di altri popoli; è quindi necessario riportare alla purezza originaria delle antiche genti italiche purificando la cultura romana dai modelli culturali stranieri.
Se la poesia satirica di un autore come Orazio è caratterizzata dal tono elegante, dimesso e colloquiale, lo stile di Giovenale si distingue per l’esasperata tensione patetica e retorica.
Tale influsso si nota soprattutto nella tendenza all’enfasi, volta ad amplificare quegli effetti di disgusto e di riprovazione che il tono moralistico vuole suscitare nel lettore.
La vita quotidiana è descritta nei suoi aspetti più minuti e scabrosi, spesso con un lessico di uso comune, accostati spesso da forme di lingua più alta e più nobile, con effetto di scarto stridente, che rendono assai bene, i contrasti riscontrabili nella realtà sociale, come ad esempio: le pretese di raffinatezza dei gaudenti romani e la loro volgarità.
In Giovenale il ricorso alle forme volgari è molto limitato; trattando argomenti comuni e grossolani, preferisce utilizzare espressioni neutre, eufemistiche, metaforiche o metonimiche.

Pippo Petralia