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La storiografia in Tacito

Approfondimento su: La storiografia in Tacito

La storiografia tacitiana è percorsa da un rigido moralismo e da una visione pessimistica tanto della vita quanto della storia: è Tacito stesso che, negli Annali, si lamenta di dover descrivere la decadenza di Roma, mentre ad altri storici, come per esempio a Livio, è toccato il ben più grato compito di narrare l’ascesa della potenza romana. Un’immensa malinconia pervade le pagine tacitiane, soprattutto quando esse seguono le fasi discendenti di un declino inesorabile: Tacito è il testimone più acuto della crisi di un secolo e la sua storia è il documento della dissoluzione progressiva di un mondo nel quale egli non ravvisa alcuna prospettiva di salvezza.
L’opera tacitiana evidenzia infatti la crisi di quelle idealità di cui si era alimentata la civiltà romana e descrive tutta la storia del I secolo dell’Impero come la storia di un’inarrestabile degenerazione morale: Tiberio è ambiguo e corrotto, Caligola un folle, Claudio un debole zimbello delle sue mogli, Nerone un istrione sanguinario. Quella di Tacito, essendo una storiografia dell’opposizione senatoria, si fa interprete dell’atteggiamento del ceto aristocratico, un ceto a cui la nuova realtà del principato aveva tolto gran parte del potere: così le concezioni politiche dello storico- e la sua innegabile propensione a scorgere le perversioni dell’animo umano- condizionarono in modo talora sostanziale i suoi propositi di imparzialità.
Pur essendo legato, da un punto di vista puramente ideale, all’antica repubblica aristocratica, Tacito ritiene tuttavia che il principato sia, nella precisa contingenza storica del I secolo, una necessità ineluttabile: in un Impero dalle proporzioni immense, è indispensabile una compagine statale salda e unitaria, che assicuri pace e stabilità. Bisogna però che il princeps sia scelto tra i più degni e soprattutto sia rispettoso nei confronti dell’aristocrazia senatoria, con la quale deve instaurare rapporti di collaborazione: fondamentale è dunque la persona del princeps, perché , nella visione tacitiana, a fare la storia non sono le masse, né la costituzioni e il loro susseguirsi, ma gli individui, che con le loro scelte e i meccanismi della loro psiche regolano il corso degli eventi.
La grande capacità tacitiana di introspezione psicologica diviene allora. prima di tutto, un mezzo insostituibile per fare storia, cioè per conoscere e motivare gli eventi. Lo storico si sofferma ad analizzare le figure dei grandi imperatori, cogliendone le sfumature e le ambiguità, i meandri più riposti e gli angoli più oscuri della mente: la straordinaria capacità di Tacito è quella di pervenire, attraverso la descrizione di un evento, al nucleo psicologico che ne è alla base, fornendo le linee della storia imperiale con uno sguardo che si spinge alla sfera del privato, dell’intimo, sino a giungere a ciò che dell’animo umano è nebbia e mistero.
Tacito conosce due tipi di ritratto: quello in cui si delineano subito, e una volta per tutte, le caratteristiche morali e fisiche di un personaggio –il ritratto diretto, dunque, in cui è evidente l’influenza della grande arte sallustiana– e quello, indiretto, in cui il personaggio rivela pian piano, attraverso le azioni e i pensieri, i suoi connotati interiori, mentre lo storico interviene di tanto in tanto con qualche personale rilievo.
La prosa tacitiana è capace di seguire le variazioni e le mutevolezze della psiche umana attraverso le variazioni dello stile e dell’espressione: basta a Tacito un lieve mutamento di tono, una leggera spezzatura, per insinuare e suggerire un mutamento di prospettiva.
Altra fondamentale caratteristica della prosa dello storico è la capacità di condensare in poche e suggestive battute le situazioni più complesse: da Sallustio egli deriva, intensificandola, la concentrazione, la brevitas, che è una caratteristica peculiare del suo stile accanto all’inconcinnitas, l’asimmetria, ben diversa dalla simmetria armoniosa del periodare ciceroniano.