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Tito Livio

Approfondimento su: Tito Livio

Premessa



TITO LIVIO, storico latino, scrisse la più ampia storia di Roma repubblicana che inizia dalla fondazione della città fino alla morte di Druso (9 a.C.).
L’opera scritta in forma annalistica, l’unica parte a noi pervenuta copre sola la fase più antica.
Attraverso le storie antiche, Livio, aveva così la possibilità di realizzare quella finalità fondamentale di ammaestramento morale e di recupero degli antichi valori, che l’autore considerava ormai scomparsi, ed in cui egli vedeva il significato principale e lo scopo primario del proprio lavoro.
Livio, considerato storico narratore, fu in grado di restituire ai fatti narrati una straordinaria vivacità espressiva.
Ciò non accade solo nei primi libri, dove la natura leggendaria degli avvenimenti descritti stimola il talento letterario, ma permane anche nel resto della sua opera.

Vita



TITO LIVIO nacque nel 59 a.C. e morì nel 17 d.C. a Padova (Patavium) che allora era considerata una delle più ricche dell’Italia ma non ancora perfettamente integrata nel mondo di Roma; infatti la città ottenne la cittadinanza romana solo nel 49 d.C..
Si sconosce se Livio abbia desiderato romanizzare il proprio nome assumendo i tria nomina canonici: le fonti lo chiamano semplicemente Titus Livius, senza cognomen com’era in uso fra gli Italici.
La vita stessa di Livio ci appare oscura, priva di avvenimenti particolarmente significativi: sembra che provenisse da un’ agiata famiglia che gli permise un’ottima istruzione ed una vita senza alcuna preoccupazione di sorta e tutta dedita agli studi.
Livio visse molti anni a Roma senza ricoprirvi alcuna carica pubblica e viene considerato il massimo esempio romano di “storico letterato” in netta contrapposizione con il modello prevalente che era lo
“storico senatore” quali erano stati da Catone a Cesare e a Sallustio, i quali avevano posto al servizio della storia anche la propria esperienza politica.
Com’era in uso a quei tempi per tutti i letterati, anche Livio si pose sotto la protezione di Augusto che trovava congeniale al proprio programma politico il moralismo e l’interesse di Livio per le antiche tradizioni.
Secondo Tacito, Augusto non apprezzò l’ammirazione di Livio nei confronti di Pompeo, tanto che lo soprannominò scherzosamente Pompeianus, senza che ciò arrecasse alcun danno alla loro amicizia.
Con tutta probabilità, Livio, fu anche precettore dei giovani appartenenti alla famiglia imperiale, in quanto Svetonio, tramanda che il nipote di Augusto e futuro imperatore Claudio, fu incitato da Livio a scrivere un’opera storica.
Sconosciamo però la responsabilità da parte dell’autore nel far di Claudio, quel erudito pedante e bizzarro che fu satireggiato dai suoi oppositori politici.

L’opera



Livio si dedicò per tutta la sua vita alla stesura di un’unica, colossale opera storiografica, il cui titolo e:
“Ab Urbe condita libri” ovvero (Storia di Roma dalla fondazione).
L’opera ebbe inizio dopo il 27 a.C., in quanto Livio, nel libro I attribuisce ad Ottaviano il titolo di Augusto, e man mano che l’opera veniva composta, veniva pubblicata per gruppi di libri.
La periocha ( il sommario) del libro 121 pone la data di pubblicazione dello stesso libro dopo la morte di Augusto (14 d.C.), quindi è probabile che la stesura di tutta l’opera abbia impegnato Livio per tutto il resto della sua vita e quindi fino alla morte.
L’intenzione dell’autore era quella di coprire tutto l’intero arco della storia di Roma dalle origini fino all’età contemporanea, ma, la narrazione si ferma con il libro CXLII, il quale giunge fino alla morte di Druso (9 a.C.).
Forse Livio intendeva giungere con la sua trattazione fino alla morte di Augusto, con la cifra tonda di centocinquanta libri; inoltre lo stile annalistico, in netta contrapposizione con la snella monografia di Sallustio, è coerente con il tradizionalismo di Livio, il quale vede nel passato un ideale anche per lo stile letterario.
Lo stile annalistico impone di spezzettare gli avvenimenti di durata pluriennale, tuttavia, Livio, riuscì a mantenere un certo ordine narrativo, suddividendo l’opera in gruppi di cinque o dieci libri chiamati: pentadi e decadi, ciascuna delle quali aveva come caratteristica fondamentale la trattazione di una guerra.
Lo spazio maggiore, Livio, lo riservò alla storia recente: la distruzione di Cartagine (146 a.C.) narrata nel libro LI, quindi, il resto dell’opera, copriva più o meno l’ultimo secolo di storia.

Dei centoquarantadue libri di Livio ce ne sono pervenuti solo trentacinque cioè tre decadi ed una pentade.

La prima decade: libri I – X , copre tutto il periodo che va dalle origini di Roma fino al 293 a.C. (fine delle guerre sannitiche).
Poi, dopo una decade perduta che trattava delle guerre contro Pirro e la prima guerra punica, ci sono giunte due decadi e mezza.
La terza decade: libri XXI – XXX costituisce un’entità a se stante; infatti è aperta da un proemio autonomo ed abbraccia interamente la seconda guerra punica che va dal 218 al 201 a.C., ponendo al centro dell’attenzione il personaggio di Annibale.
La quarta decade: libri XXXI – XL , insieme ai cinque libri successivi: XLI – XLV (Pentade), costituisce un gruppo di tre pentadi che trattano rispettivamente della seconda guerra macedonia contro Filippo V, della guerra contro Antioco di Siria, della terza guerra macedonica contro Perseo; la narrazione infatti giunge fino all’anno 167 cioè l’anno successivo alla morte di Pidna.
Di tutti gli altri libri ci sono pervenuti solo frammenti tra i quali merita particolare menzione la narrazione della morte di Cicerone che faceva parte del libro CXX.

Data l’enorme vastità dell’opera, c’era a Roma l’abitudine di pubblicare l’opera in parti staccate chiamate “deche” ed in riassunti (periochae), che, facilitò la quasi totale perdita dell’opera.
Particolare importanza rivestono però le “Periochae” ovvero i “sommari” risalenti al IV secolo d.C. che non son altro che delle schede contenenti un breve riassunto del contenuto dei singoli libri e riescono a coprire tutti i libri della vasta opera ad eccezione del libro CXXXVI e del CXXXVII.
Al 4° secolo d.C. risale il più antico manoscritto di Livio: libri III – VI; ma, al principio del Medioevo si conosceva di Livio meno di quanto noi possediamo, dato che il libro XXIII fu scoperto nel 1651 ed i libri XLI – XLV nel 1527.
Pertanto, la parte perduta dell’opera può in parte essere ricostruita attraverso le “periochae” e quelle maggiormente importanti sono quelle di alcuni libri: XXXVII – XL; XLVIII – LV; LXXXVII – LXXXVIII che furono scoperte a Ossirinco nel 1903.
Di particolare importanza, per capire il pensiero di Livio, è la prefazione, che fornisce al lettore la chiave di lettura dell’opera.
Nella prefazione, Livio, afferma con un pessimismo simile a quello di Sallustio, che desidera ritornare allo studio del passato per poter allontanare lo sguardo dalla corruzione moderna.
A differenza di Sallustio che invece cercava di capire nel passato quale erano state le cause della corruzione di Roma, Livio accetta il declino morale della società romana come una legge ineluttabile:
l’impero romano soffre ormai per la sua stessa grandezza ed è pertanto una magra consolazione dover constatare che tale declino sia giunto tardi ed in minore entità rispetto ad altri popoli.
Sulla base di questo pessimistico pensiero, secondo Livio, è necessario rivolgersi al passato per poter recuperare gli antichi valori.
Nel raccontare gli avvenimenti storici, Livio, si rende conto che le antiche leggende sono idonee ai racconti poetici piuttosto che ad un’opera storica, ma ciò non costituisce per lui alcun ostacolo nella narrazione, poiché a Livio non interessa la critica storica, bensì la sostanza morale che tali leggende tramandano e sono in grado di esprimere.
I Romani, secondo Livio, sono giunti ad avere un immenso Impero solo grazie ai valori etici e religiosi del mos maiorum che proprio Augusto intendeva restaurare di nuovo a Roma.
Le vicende narrate dell’antica Roma insegnano meglio di qualunque altro avvenimento storico ciò che bisogna imitare e ciò che bisogna evitare sia per il proprio bene che per quello della Patria.
Anche le figure mitologiche vengono utilizzate da Livio per illustrare la moralità romana arcaica e questo processo di idealizzazione conferisce ai personaggi mitici un valore esemplare.
Le leggende raccontate da Livio nella sua opera costituiscono quindi un punto di partenza fondamentale per lo studio della cultura romana arcaica.
Nel I libro, infatti, sono narrate una serie di leggende sorte intorno alla nascita e quindi alle origini di Roma.
Secondo Livio, il mito, fornisce un’illustrazione completa delle virtù romane quali: la fides, la pietas,
la gravitas, ecc.
I valori vengono accostati a dei personaggi sia positivi che negativi, nel primo caso sono modelli da seguire, nel secondo quelli da evitare.
Positivo ad es. Numa, il buon legislatore, oppure Muzio Scevola, l’eroe della parola data.
Negativo ad es. Coriolano, un figlio senza padre e senza patria, oppure Tarpea, vestale traditrice.
Per ciò che riguarda il rapporto tra Livio ed il regime augusteo, si è propensi a pensare che non vede il presente come la nuova età dell’oro e non considera Augusto come l’uomo della Provvidenza.
Lo sguardo di Livio rimane sempre rivolto al passato con la ferma consapevolezza che non potrà mai più ritornare.
Il ritorno agli antichi valori morali e religiosi erano importanti anche per l’Imperatore Augusto, al quale pertanto poteva tornare utile l’opera di Livio; infatti la repubblica era ormai morta per sempre, l’Imperatore Augusto si presentava come il restauratore della libertà e della legalità nel rispetto formale delle istituzioni repubblicane.
Pertanto, gli uomini politici del passato, compreso Pompeo, potevano essere idealizzati in quanto non costituivano più alcun pericolo per l’Impero.
Nella sua opera, Livio, tende a rendere avvincente il racconto ed a scandagliare psicologicamente i personaggi, sorvolando su comportamenti poco edificanti da parte dei Romani.
Nel raccontare gli avvenimenti, Livio si rifà a diverse fonti rielaborando tutto in maniera personale secondo un proprio schema etico ed artistico, infatti talvolta inclina verso una versione più antica oppure più dettagliata, talvolta si rifà a fonti a cui hanno attinto il maggior numero di autori; in ogni caso non ricorre mai a ricerche d’archivio al fine di risolvere i suoi dubbi.
Da tutto ciò si comprende chiaramente i limiti del Livio storico: non tratta assolutamente i problemi economici e sociali, l’organizzazione costituzionale di Roma sembra non aver avuto alcun cambiamento dalle origini fino ai suoi tempi, le descrizioni geografiche sono approssimative così pure la cronologia.
Per ciò che riguarda i contrasti sociali della società romana, parteggia quasi sempre per il Senato e nel caratterizzare i nemici di Roma, indulge quasi sempre ad un certo disprezzo, fatta salva, in modo del tutto eccezionale, l’ammirazione per le grandi doti militari di Annibale.

Stile



Livio, rispetto alla brevitas sallustiana, presenta uno stile più fluido, ciceroniano: Quintiliano infatti definisce lo stile di Livio lactea ubertas cioè “abbondanza dolce come il latte”.
E’ un’espressione metaforica, poiché il richiamo al latte, elemento naturale altamente nutritivo che scaturisce spontaneamente da un organismo per segreto potere della natura e capace di nutrire gli altri, agli occhi di Quintiliano, quindi, la scrittura di Livio scorreva dolce, ricca, spontanea e contribuiva ad alimentare l’oratore nel rispetto totale della naturale semplicità.
Pertanto, sempre secondo Quintiliano, l’opera di Livio poteva essere profondamente soddisfacente per tutti coloro che badavano più alla bellezza dell’esposizione che non alla fedeltà storica o verità (fides).
La narrazione liviana è ricca di aneddoti ed è anche una miniera di informazioni antropologiche; lo stile della prima decade mostra un colorito arcaico ed un sapore poetico attinto dagli annalisti e dagli epici latini arcaici; l’autore ama spesso riecheggiare le antiche formule del linguaggio giuridico e religioso.
Livio intende la storia come un opus oratorium maxime seguendo in tal modo l’ideale di Cicerone, pertanto lo stile è oratorio, con il suo periodare ampio e dall’architettura studiata tendente ad evidenziare le simmetrie nello svolgimento della narrazione.
L’abilità oratoria liviana, si nota soprattutto nei discorsi diretti dei personaggi, che sono interamente inventati dall’autore; accanto al discorso diretto, Livio adopera anche il discorso indiretto per sviluppare gli stati d’animo dei personaggi.
Livio è insuperabile nell’arte di drammatizzare i personaggi, di costruirne la loro psicologia, ed inoltre nell’evidenziare e far emergere una serie di personaggi positivi e negativi, maschile e femminili quali modelli da imitare o da evitare, sempre in riferimento alla morale degli antichi, a cui fece sempre riferimento nella stesura della sua opera.


di Pippo Petralia



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