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La medicina a Roma

Approfondimento su: La medicina a Roma

Vi furono dei medici a Roma, la maggior parte greci, ma anche romani; ma non vi fu una scienza medica romana.
La medicina e la chirurgia greca erano in uno stadio assai avanzato. All’epoca alessandrina esse raggiungevano presso a poco il livello al quale fra noi verso la metà del diciannovesimo secolo, quando rimanevano ancora delle arti sperimentali. I ritrovamenti di strumenti chirurgici a Pompei e gli scritti latini ci documentavano che l’Italia e Roma li avevano interamente adottati.
Plinio racconta la storia del medico Pelopponeso Arcagato, il quale, durante la seconda guerra punica, nel 219, venne stabilirsi a Roma. La meraviglia suscitata dalle sue operazioni chirurgiche fu tale che gli si concesse il diritto di cittadinanza romana e gli venne assegnata a spese dello Stato una dimora. Fu alloggiato presso il suo ospedale. Ma più tardi “la sua smania di tagliare e bruciare lo fece trattare da carnefice” e avrebbe contribuito all’impopolarità della medicina e dei medici, impopolarità di cui ci giunge l’eco delle invettive del vecchio Catone: “I Greci hanno giurato tra loro di sterminare tutti i barbari servendosi della medicina; il colmo è che essi si facciano pagare per questo bel servizio…Io ti faccio assoluto divieto di valerti dell’opera dei medici”. Si troveranno nel De agricultura alcune ricette della medicina indigena, miste a formule magiche.
Nonostante il progresso delle idee, sembra che i Romani abbiano conservato un po’ delle prevenzioni di catone contro la medicina e i medici. L’arte di guarire era praticata, infatti, prevalentemente da liberti o da gente di condizione sociale molto umile. Non si condannava tanto la medicina in se stessa – spiega Plinio – quanto l’esercizio della professione del medico. Non si riusciva ad ammettere che le cure rivolte a mantenere la salute divenissero un mestiere retribuito. L’esercizio della professione, come del resto della maggior parte delle professioni, sembrava incompatibile con la dignità romana. I Romani che vi si dedicavano erano dunque considerati come dei disertori verso il campo greco. Un medico non guadagnava fiducia se non parlava in greco; il cliente romano, ci dice Plinio, non voleva comprendere bene quando si trattava della sua salute.+
Per elevare il livello della medicina in Roma e attirarvi allievi e maestri delle scuole greche, Cesare concesse il diritto di cittadinanza a tutti i medici che avrebbero praticato o insegnato la loro arte a Roma. Sotto Augusto troviamo il ricordo di un medico celebre, Antonio Musa. Nbell’anno 23 prima dell’era volgare, Augusto aveva corso il rischio di morire per una malattia di fegato. Antonio Musa lo salvò, facendogli fare dei bagni freddi, e questa cura valse a fargli guadagnare una grande fama presso l’aristocrazia romana. E’ vero, però, che alcuni anni dopo il medesimo trattamento uccise,o almeno lasciò morire Marcello, il nipote prediletto dell’imperatore, che da poco ne aveva spostato la figlia Giulua.
Ben si conosce il compito importante e spesso criminale che, in seguito, sotto Claudio, svolsero i medici alla corte imperiale. Messalina aveva per suo medico Vezzio; Agrippina si servì del medico di Claudio, C. Stertinio Senofonte, per farlo avvelenare. Vespasiano concesse ai medici i medesimi privilegi dei grammatici, dei rètori e dei filosofi. All’inizio del III secolo Alessandro Severo organizzò un insegnamento ufficiale della medicina, che rinveniamo, all’epoca di Costantino, non soltanto a Roma, ma anche nelle province.
Un’opera di medicina in latino ci ha conservato preziose indicazioni sullo stato di questa scienza alla fine della repubblica e ai primordi dell’impero: si tratta del De Medicina di Celso.