Aspetti della vita e della civiltà romana - Mondolatino

La scuola

Approfondimento su: La scuola

Quando la città, di buon mattino, incomincia ad animarsi, le botteghe si aprono e gli adulti riprendono il ritmo delle loro attività, nelle strade passano gruppi di ragazzini, alcuni accompagnati dallo schiavo "pedagogo", altri soli; si avviano di buona lena verso la scuola, dove li aspetta il maestro con l'inseparabile sferza, a conclusione della giornata, si riversano di nuovo nelle strade e, come tutti i ragazzi del mondo, trovano mille sistemi per arrivare a casa tardi: si fermano a curiosare davanti ai negozi, combinano scherzi ai passanti, indugiano nelle piazzette e nei crocicchi , per giocare con le noci o a testa e croce con le monetine. L'edificio scolastico romano è veramente deludente: in una modesta stanza d'affitto, sotto la tettoia di una bottega ai margini della strada, o addirittura all'aperto sotto i portici, c'è il maestro (ludi magister) seduto su una sedia; intorno a lui, su panche, sgabelli o sedie, stanno gli scolari che tengono sulle ginocchia una tavoletta ricoperta di cera, oppure rotoli di papiro in mano.
L'aula è disadorna, il materiale didattico è ridotto all'essenziale: una lavagna (tabula) un abaco per i calcoli (abacus), raramente un tavolo davanti al maestro.
Dalla strada vicina giunge il vocìo dei passanti, le grida dei venditori ambulanti si mescolano agli strilli dell'insegnante ed alla cantilena dei ragazzini.
In un simile ambiente gli scolari (discipulus) trascorrono quasi l'intera giornata: entrano al mattino, vanno a casa a mezzogiorno per il pranzo e poi ritornano il pomeriggio.
L'anno scolastico ha inizio in marzo, dopo le feste in onore di Minerva, si fa vacanza ogni nove giorni in occasione del mercato ed in varie ricorrenze religiose e civili. Per quanto riguarda i mesi estivi, la questione è controversa: probabilmente le scuole rimangono aperte, ma sono poco frequentate, dato che molte famiglie portano i bambini al mare o in campagna. I sistemi disciplinari in uso nel mondo romano sono piuttosto sbrigativi, staffile e verga sono all'ordine del giorno. Gli insegnanti sono schiavi o liberti, per lo più gente di bassa origine, la professione del maestro è notoriamente screditata e la retribuzione irrisoria.
Gli scolaretti adoperano tavolette (tabella) di forma rettangolare con gli orli un po' rilevati, nell'interno, che è leggermente incavato, si spalma la cera e su di essa si incidono le lettere con lo stilus una specie di asticciola di legno o di metallo, sottile ed appuntita. L'altra estremità dello stilo è invece appiattita, in forma di spatola e serve per cancellare le lettere già tracciate e per levigare di nuovo la cera.
Per le esercitazioni scolastiche, per la corrispondenza, per prendere appunti vanno bene le tavolette cerate, ma per scritti di maggior importanza, destinati ad essere conservati, si usa la carta. Essa è costituita da strati sottilissimi, sovrapposti ed incollati, di fogli ricavati dalla corteccia interna del papiro, sulle strisce così ottenute si scrive in colonne successive, le strisce vengono poi arrotolate e se ne fissa l'estremità su di un bastoncino. I rotoli di papiro si custodiscono in una specie di cartella di forma cilindrica, munita di coperchio. Oltre che sul papiro i Romani scrivono sulla pergamena, ossia su pelle di animali opportunamente conciata, ma poiché è piuttosto costosa, se ne fa un uso assai limitato, la si adopera per scrivere libri. Sia sul papiro che sulla pergamena si scrive con una cannuccia appuntita "calamus", l'inchiostro, ottenuto mescolando vari ingredienti (fuliggine di resina, feccia di vino, nero di seppia), deve essere diluito di volta in volta poiché è piuttosto denso; oltre a quello nero, vi è anche l'inchiostro rosso che serve soprattutto per i titoli dei libri.
Se buona parte dei ragazzi non va oltre la scuola elementare, quelli che appartengono alle classi sociali più elevate hanno ancora dinanzi a loro la prospettiva di un lungo corso di studi, che comprende l'insegnamento del grammatico e quello del retore, queste due fasi corrispondono, sia pure in modo approssimativo, a quella che per noi oggi è l'istruzione secondaria. Verso i 12 anni i figli delle famiglie abbienti vengono affidati alle cure del grammatico, cioè ad un insegnante che, come i suoi colleghi delle alimentari, ha aperto una scuola a pagamento. Nella scuola del grammatico le materie di studio fondamentali sono la lingua e la letteratura latina e greca.
Verso i 15, 16 anni il giovinetto lascia la scuola del grammatico: è in grado di parlare correttamente il latino ed il greco, ha una discreta conoscenza dei principali poeti delle due letterature e possiede un corredo di cognizioni relative ai vari campi del sapere. Può ora affrontare la terza ed ultima tappa della sua carriera scolastica, quella che completando la sua formazione culturale, farà di lui un oratore: la scuola del retore. Con questo nome si designano in Roma i professori di eloquenza. I giovani che desideravano perfezionare la loro istruzione, erano soliti recarsi nei vari centri culturali della Grecia e dell'Oriente. Invece una ragazza quando compiva i tredici anni, lasciava la scuola, continuava la propria istruzione a casa, dove veniva educata a diventare una brava casalinga.