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Sport e spettacoli pubblici

Approfondimento su: Sport e spettacoli pubblici

Nell’antica Grecia lo sport aveva una funzione educativa e religiosa; i giochi olimpici erano il maggior momento di unità del mondo greco. A Roma, pur occupando largo spazio nella vita sociale, lo sport fu sempre praticato e vissuto come puro divertimento. Sul finire della repubblica e soprattutto durante l’impero, esso divenne un importante mezzo per ottenere il consenso e l’approvazione della plebe, in gran parte formata da nullatenenti e disoccupati, scontenti e desiderosi di dimenticare le difficoltà quotidiane.
I giochi pubblici erano sostanzialmente di tre tipi:le gare dei cocchi, le lotte dei gladiatori e le rappresentazioni sceniche.
Nei giorni stabiliti per le gare, una folla immensa prendeva posto sulle gradinate, nelle prime file, su sedili di marmo ornati di bronzo, prendevano posto i senatori, i sacerdoti e gli alti dignitari, in una splendida loggia, su un trono d’avorio e d’oro, sedeva l’imperatore circondato dai membri della sua famiglia e del suo seguito; sulle file di gradini che si susseguono lungo i tre lati dell’edificio c’erano uomini in toga, signore elegantissime, giovanetti, soldati, gente del popolino.
La politica del governo romano, nei confronti di queste masse, potenzialmente turbolente e pericolose, fu ben sintetizzata nel celebre motto del poeta satirico Giovenale "pane e spettacoli nel circo".
I magistrati, cui spettava l’organizzazione degli spettacoli, si sforzavano di tenere tranquillo il popolo distribuendo gratuitamente viveri e tenendolo occupato con un numero sempre crescente di spettacoli. La plebe vi entrava gratis, a spese dello stato e degli uomini politici in cerca di popolarità. Col passare degli anni il numero degli spettacoli nelle arene e nei circhi crebbe continuamente fino ad averne uno ogni due giorni. Erano tutti spettacoli di un agonismo esasperato e spesso violenti e crudeli. Le corse tra cocchi tirati da due o quattro dei cavalli (bighe o quadrighe), le maggiori delle quali si svolgevano nel circo Massimo, erano molto popolari. Su di esse si usava scommettere anche molto, fino a vincere o perdere delle vere fortune.
Nell’età imperiale le lotte dei gladiatori ed i combattimenti con le fiere costituivano lo spettacolo più appassionante in cui due individui armati, o un uomo e un animale feroce si affrontavano. Ogni città aveva un anfiteatro in cui si organizzava questo tipo di giochi.
A Roma, il più grande era l’Anfiteatro Flavio (Colosseo), che aveva ben 45000 posti a sedere, più 5000 in piedi.
I gladiatori erano per lo più schiavi, prigionieri di guerra, criminali condannati; talvolta erano anche uomini liberi che non avevano altro modo per guadagnarsi da vivere.
La loro esistenza era durissima e continuamente a rischio.
Solo i più abili e forti riuscivano a sopravvivere, talvolta persino a diventare ricchi.
Gli spettacoli erano di rara ferocia. Si iniziava con la "caccia": i criminali condannati a morte venivano spinti nell’arena per affrontare belve affamate. Il grosso del pubblico giungeva più tardi. Gli spettatori più ricchi acquistavano posti numerati.
Come al circo così nell’anfiteatro, si faceva un tifo furibondo, il pubblico con un fracasso assordante incitava i combattenti a colpire e a uccidere. Alla fine del combattimento il vinto chiedeva la grazia al vincitore e questo spesso lasciava al pubblico la sentenza: se si era comportato da valoroso, il vinto veniva lasciato libero tra sventolii di fazzoletti e pollici alzati; altrimenti i pollici si abbassavano indicando la morte.
I vincitori, in ogni caso, ricevevano piatti di monete e talvolta venivano liberati. Tuttavia c’erano anche combattimenti che non prevedevano superstiti. Tutti i tentativi per rendere più umani gli spettacoli dei gladiatori (come cercò di fare Marco Aurelio) si rivelarono inutili. Solo l’affermazione del cristianesimo riuscì lentamente a cambiare le cose. Le battaglie navali (naumachia) erano un genere di spettacolo che piaceva molto ai romani: gli equipaggi delle triremi e delle quadriremi, composti da uomini condannati a morte o prigionieri di guerra, combattevano sul serio e la battaglia aveva i suoi feriti ed i suoi morti.