Storia di Roma Antica - Mondolatino

Il secondo triumvirato e il successo di Ottaviano

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L'uccisione di Cesare non ebbe per risultato la restaurazione automatica delle antiche libertà repubblicane, né provocò quella insurrezione popolare che gli anticesariani avevano sperato, e il gruppo di congiurati si trovò isolato.
Suprema autorità dello Stato, in quel momento, era il console Marco Antonio, amico di Cesare; con lui stava Marco Emilio Lepido, comandante della cavalleria. Gli anticesanani, incerti di fronte al popolo muto e titubante, non osarono convocare il Senato e decisero di iniziare trattative con Antonio e Lepido, che avevano in mano le forze armate, i documenti e la cassa privata di Cesare e il tesoro pubblico, conservato nel tempio di Opi (700 milioni di sesterzi).
Nella seduta del Senato del 17 marzo, tra i pareri diversi e contrastanti, Cicerone propose che il delitto avvenuto due giorni prima fosse del tutto dimenticato; Cesare non era colpevole di aver aspirato al regno e le sue decisioni erano riconosciute valide; ma non si doveva neppure procedere contro coloro che lo avevano colpito. La proposta fu approvata; ma le discussioni ripresero subito a proposito dei funerali, decisi a spese dello Stato.
In seduta senatoria Antonio comunicò il testamento di Cesare, che adottava e lasciava erede di tre quarti del suo patrimonio il nipote Gaio Ottavio, donava al popolo romano i giardini ai piedi del Gianicolo e 300 sesterzi per persona. Scoppiato un tumulto popolare, Bruto e Cassio abbandonarono Roma; Antonio, per mezzo di plebisciti e con l'appoggio di veterani, riuscì a controllare la situazione e andò in Campania.
Ottavio, che si trovava ad Apollonia, decise di tornare a Roma per affermare i suoi diritti come erede di Cesare. Qui giunto, accettò l'adozione col nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, ma dovette subito arruolare un esercito per combattere contro Antonio, che sconfisse nella cosiddetta guerra di Modena. Il Senato, però, diffidando di Ottaviano, gli rifiutò il trionfo: il giovane puntò allora arditamente su Roma con le legioni e impose con la forza la sua nomina a console. Ciò lo riavvicinò ad Antonio, tanto più che Bruto e Cassio si erano impadroniti l'uno della Macedonia, l'altro della Siria; e poiché Antonio aveva stretto accordi con Lepido, governatore della Gallia e della Spagna, i tre convennero dopo varie trattative nella formazione di un nuovo triumvirato (43 a. C.) riconosciuto come una magistratura superiore a tutte le altre, consolato compreso, per la durata di cinque anni. Essi presero il nome di Triumviri rei publicae constituendae, affermando così il loro fine di elaborare una nuova costituzione per lo Stato romano. La devozione a Cesare fu proclamata dai triumviri facendo ufficialmente riconoscere come dio il divus Iulius.
Immediatamente cominciarono le proscrizioni e le confische dei beni; la vittima più illustre fu Cicerone, che aveva duramente attaccato nelle sue Filippiche il console Antonio. Quindi Antonio e Ottaviano decisero di combattere Bruto e Cassio: passarono con le loro forze a Durazzo e lo scontro decisivo avvenne a Filippi in Macedonia. Bruto e Cassio, sconfitti, si suicidarono (42 a. C.); i loro legionari passarono ai triumviri. Nella divisione dei domini e delle truppe la parte maggiore toccò ad Antonio, che si prese le province orientali, quelle galliche e l'Africa Vetus; Ottaviano ebbe la Sicilia, la Sardegna con la Corsica, la Spagna, l'Africa Nova e tutta l'Italia, cui era stata unita la Gallia Cisalpina.
Ottaviano, ritornato a Roma, assegnò a Lepido, che nella spartizione non era stato compreso, l'Africa, e si dedicò al gravissimo problema di distribuire le terre promesse ai suoi veterani (oltre 150.000). Vinta, nella guerra di Perugia, l'opposizione del fratello di Marco Antonio, si fece cedere da quest'ultimo con l'accordo di Brindisi (40 a. C.) la Gallia Transalpina e quella Narbonese, lasciandogli tutto l'Oriente. In segno di concordia poi Antonio sposò Ottavia, sorella di Ottaviano, e lo aiutò nella lotta contro Sesto Pompeo che controllava Sicilia, Sardegna e Corsica. Frattanto Lepido dovette cedere l'Africa a Ottaviano, deporre l'autorità di triumviro e ridursi alla funzione di Pontefice Massimo.
Nel 31 a. C. Antonio fu sconfitto dai Parti e questo insuccesso e la sua passione per Cleopatra aggravarono il disaccordo con Ottaviano. In seguito, le sue nozze con la regina d'Egitto, alla quale aveva donato territori della Siria e della Cilicia, e il ripudio di Ottavia resero inevitabile il conflitto tra i due rivali. Riuscì facile a Ottaviano far privare Antonio, con deliberazione del Senato, della sua autorità triumvirale e far accortamente dichiarare guerra a Cleopatra e non ad Antonio. Quest'ultimo contrasto si concluse con la vittoria di Ottaviano ad Azio in Grecia (31 a. C.). Antonio, inseguito fino in Egitto, si uccise ad Alessandria; seguito da Cleopatra. L'Egitto passò sotto il dominio romano, non come provincia ma come patrimonio personale di Ottaviano (30 a. C.).
Questi, ormai padrone di Roma, poté provvedere al riordinamento dello Stato; bisognava dare un assetto unitario all'impero, tale da eliminare ogni causa di lotte civili e risolvere il problema della posizione personale di Ottaviano evitando di creare una monarchia militare appoggiata esclusivamente sulle legioni e rispettando al massimo le tradizioni di Roma. Per qualche tempo dopo Azio, Ottaviano pensò di fondare il proprio potere sull'antica autorità consolare, ampliata con vari privilegi, poi, nel 27 a. C., si fece conferire dal Senato il potere proconsolare maius che comportava l'imperium militiae e il titolo di Augustus, che egli considerava come suo cognome indicativo del suo carattere sacro. Augusto divenne quindi il primo imperator e princeps di Roma; alla Repubblica si era ormai sostituito l'Impero.