Età Augustea - Letteratura Latina

Virgilio

Scheda di letteratura latina su: Virgilio

La vita

Publio Virgilio Marone nacque il 15 ottobre del 70 a. C. in un piccolo villaggio di nome Arides, tradizionalmente identificato con l’odierna Pietole, sulla riva del Mincio, presso Mantova.
La sua famiglia doveva essere piuttosto ricca se Virgilio potè frequentare le migliori scuole e per tutta la vita non ebbe bisogno di lavorare, e la ricchezza probabilmente derivava da vaste proprietà terriere.
Fu un uomo dedito unicamente agli studi, di corporatura robusta e alta, di colorito scuro, di faccia contadinesca, di salute cagionevole; ebbe un carattere timido e riservato.
Compì i primi studi a Cremona, fino a 17 anni, età che per i romani segnava la fine dell’adolescenza, con l’assegnazione della toga virile.
Poi continuò gli studi a Milano, a Roma e a Napoli, dove seguì le lezioni del filosofo epicureo Sirone.
Fu ammesso nel circolo degli amici di Mecenate, uno dei più stretti collaboratori di Augusto, addetto alle relazioni culturali e alla propaganda. In onore di Mecenate compose le Georgiche, che esaltavano il lavoro dei campi ( 37-30) e dal 29 si dedicò a comporre la sua opera maggiore l’Eneide per celebrare la storia sacra di Roma e della famiglia di Augusto, la gens Iulia.
A 50 anni intraprese un viaggio in Grecia, dove avrebbe voluto trascorrere un po’ di tempo per revisionare il suo poema.
Incontrato però Augusto ad Atene, lo volle accompagnare in una gita a Megara, dove si sentì male. Volle tornare in Italia, ma il viaggio aggravò le sue condizioni e morì poco dopo essere sbarcato a Brindisi il 21 settembre del 19 a C.
Le sue ossa furono portate a Napoli, dove fu sepolto sulla via per Pozzuoli, e sulla tomba fu iscritto il seguente epigramma:

MANTUA ME GENUIT, CALABRI RAPUERE,TENET NUNC
PARTHENOPE: CECINI PASCUA, RURA, DUCES".

«Mantova mi ha generato, i Calabri (= pugliesi) mi hanno stappato alla vita, ora Partenope (Napoli) conserva i miei resti: ho cantato i pascoli, i campi, gli eroi.»

Georgiche

Le Georgiche sono state composte nel 37/30 a.C. periodo delle lotte tra Ottaviano e Antonio (31 battaglia di Azio). Sono un’opera in quattro libri dedicata a Mecenate e composta sotto il suo invito. Mecenate ordina a Virgilio di scrivere l’opera perché quest’ultimo doveva appoggiare il programma augusteo di restaurazione agricola. L’opera rientra nel genere letterario del poema a carattere didascalico sull’agricoltura però non è un’opera che vuole insegnare a coltivare i campi. Letterariamente esprime, infatti, la visione della natura e della vita agreste propria dell’autore anche se all’interno sono presenti delle parti a carattere tecnico per la lavorazione dei campi. Virgilio riprende le parti a carattere tecnico in modo particolare dalla de Res Rustica di Varrone e poi dalle letture di Catone il Censore (de Agricoltura).
L’opera assume anche significato politico perché ha lo scopo, secondo il programma augusteo, di risanare e riassestare l’economia agricola. questa attraversava una fase di crisi per l’indebolirsi della piccola proprietà, per l’estendersi dei latifondi e inoltre perché danneggiata a causa delle lotte civili e dalle confische delle terre distribuite poi ai veterani.
L’opera ha anche significato morale perché la vita agreste viene considerata depositaria dei valori del mos maiorum (tradizione: culto della famiglia, religiosità, patriottismo, laboriosità, la povertà intesa come frugalità, umiltà). Virgilio aderisce a questi elementi presenti nel programma di Augusto perché anche lui era d’accordo con gli ideali che si volevano restaurare.

I modelli



I modelli ai quali Virgilio si ispira per la composizione delle Georgiche sono:
• Arato da Soli (ellenistico alessandrino III ° secolo a.C.; opera i Fenomeni)
• Esiodo (VIII ° secolo a.C., greco di Ascra, uno degli scrittori più importanti dopo i poemi omerici; opere Le Opere e i Giorni, stagioni e fenomeni meteorologici)
• Nicandro di Colofone (ellenistico alessandrino del III ° secolo a.C.); riprende la descrizione del lavoro come liberazione dal bisogno e come redenzione morale . Lavoro agreste =dura fatica, la terra non dà nulla se non è lavorata duramente. Opera: Georgiche.
• Lucrezio (I° metà del I° secolo a.C.; opera de Rerum Natura, tratta di diversi aspetti, tramite la filosofia epicurea riguardo alla vita agreste); riprende la visione cosmica della natura e la concezione di natura benigna e di natura matrigna, concezione molto importante perché su di essa l’opera è strutturata in modo simmetrico. In pratica nel I° e nel III ° libro abbiamo una concezione pessimistica (natura matrigna), e, nel II ° e nel IV ° libro abbiamo una concezione ottimistica (natura benigna). Questi termini saranno importanti poiché ripresi in seguito da Leopardi. La differenza che possiamo trovare fra Lucrezio e Virgilio è che nell’opera di Virgilio mancano le parti scientifiche.

I modelli a cui Virgilio si rifà nelle Georgiche ci fanno vedere le caratteristiche della poesia dell’età di Augusto. Rimane viva l’influenza della poesia neoterica (che ha come modello i poeti ellenistici) ma si introduce anche la novità della poesia classica greca e si fa riferimento agli scrittori greci arcaici e classici.
Lo ricordiamo perché ci sarà una rivalutazione della poesia più antica con l’Eneide e poi ci sarà Orazio che abbandonerà i poeti ellenistici e imiterà solamente i poeti più antichi: Sapo, Alceo e altri della lirica antica.

La struttura



• L’opera è strutturata in quattro libri;
• il I° e il III ° sono preceduti da un proemio;
• nel I° libro c’è la dedica di Virgilio per Mecenate e in tutti i libri nella parte iniziale Mecenate viene citato;
• in tutti i libri c’è la celebrazione di Ottaviano

I Libro

Comincia col proemio, poi abbiamo la celebrazione di Ottaviano e la dedica a Mecenate. Continua con i precetti per la coltivazione dei cereali iniziando dalla primavera per finire con il raccolto.
In questa parte è rilevante l’umanizzazione degli animali, compagni dell’uomo nella fatica, la cui dura sofferenza viene però ricambiata dai raccolti abbondanti che la terra offre.
Segue la trattazione dei lavori agricoli e dei tempi adatti a svolgerli. Tutta questa parte è quella che più si rifà alle Opere e Giorni di Esiodo. E’ introdotta da una lunga digressione (excursus) che spiega in modo provvidenzialistico le fatiche che i contadini devono compiere per vincere le forze ostili della natura questo ha radici religiose nella tradizione romana. Infatti Giove, il padre degli dei, ha voluto che l’uomo si risvegliasse dall’inerzia (torpore) che lo caratterizzava nell’età dell’oro (*) e che fosse assillato dai pericoli della natura ostile e che fosse costretto quindi a lavorare. Questo gli serviva per aguzzare l’ingegno e progredire nella civiltà con la scoperta delle tecniche e delle arti.
Il lavoro non risultava quindi una punizione bensì un beneficio per il progresso e tale doveva essere la concezione che l’uomo doveva avere di esso.
L’ultima parte del libro è dedicata ai segni premonitori del tempo buono e cattivo. Si ha in pratica, alla fine del libro, una digressione di chiusura che contiene tutti i presagi di sventura che si produssero alla morte di Cesare, considerati tali poiché subito dopo scoppiarono le guerre civili.
A questo punto si inserisce la celebrazione di Ottaviano: Virgilio esprime la speranza che Ottaviano possa diventare il salvatore di Roma riportando la pace.

(*) Periodo della civiltà in cui l’uomo inizia la sua vita. L’uomo in questo periodo viveva dei frutti spontanei che la natura gli dava, quindi, senza dover lavorare per procurarsi da vivere. Questa è l’epoca in cui l’uomo è stato più felice in assoluto.

II Libro

Tratta la coltivazione delle piante e in particolare della vite.
Rispettando la simmetria della struttura generale delle Georgiche, questo libro contiene una visione ottimistica della vita nei campi. Sono presenti descrizioni luminose e traspare la serenità che caratterizza i contadini.
Anche qui dopo aver indicato i modi e i periodi della coltivazione, Virgilio inserisce alcune digressioni. La I° riguarda la primavera, vista come periodo di rinnovamento generale e come periodo in cui la natura è favorevole al lavoro dell’uomo. La II ° digressione, che è la parte più importante del libro, riguarda l’elogio dell’Italia, procede ad una descrizione del clima mite, della ricchezza delle acque e dei boschi e della ricchezza del sottosuolo contrapponendola alle regioni orientali e africane nelle quali sono presenti condizioni climatiche e ambientali disagevoli per l’uomo. Ancora, contrappone la vita degli agricoltori a quella delle persone che abitano le città, e a quella delle popolazioni orientali e africane. Questo passo ha un significato politico perché c’è una contrapposizione di valori morali e religiosi, positivi nella popolazione dell’Italia e negativi nelle popolazioni orientali, questo in consonanza con il programma di restaurazione di Augusto perché Virgilio vede rispettati, nella vita di campagna più che in quella cittadina, i valori della tradizione romana, affermando che i costumi degli orientali siano corrotti anche dal punto di vista religioso perché rispetto ai romani avevano culti diversi. Il significato politico sta’ nella contrapposizione di oriente, in mano ad Antonio, e occidente in mano ad Ottaviano e quindi nella contrapposizione fra Antonio e Ottaviano all’interno della quale possiamo individuare l’elogio di Ottaviano, che si ha con l’elogio dei suoi valori, e la critica di Antonio, che notiamo nella critica delle provincie orientali, del quale Virgilio vuole sminuire la figura.

III Libro

Questo libro si apre con il proemio ad Ottaviano. Anche qui abbiamo l’elogio della figura del principe e la speranza che egli possa riportare la pace e una parte in cui Virgilio afferma che canterà tutte le imprese di Ottaviano in un’altra grande opera. Questo è in pratica l’annuncio della composizione dell’Eneide . segue con la trattazione dell’allevamento del bestiame diviso in vari tipi.
Questo è il libro in cui Virgilio si rifà in maggior misura a Lucrezio perché in esso pervade il tema della morte e della concezione pessimistica che il destino e la morte incombano su tutti gli esseri viventi, animali compresi.
Anche qui Virgilio procede nella descrizione delle varie regioni della terra, dall’Africa ai paesi nordici, confrontandole sempre con l’Italia (l’Africa è sfavorevole all’allevamento perché ci sono troppe regioni desertiche; le regioni nordiche sono sfavorevoli all’allevamento a causa del clima troppo freddo e delle vaste distese di ghiaccio). Si arriva in pratica alla conclusione che in tutta la terra, Italia esclusa, esiste una natura fondamentalmente ostile all’uomo. Queste forze ostili della natura si manifestano soprattutto nell’istinto amoroso delle bestie. Virgilio consigli agli allevatori di tenere lontane le bestie da questo istinto perché è rovinoso. Qui viene inserita una digressione sulla concezione dell’amore che è simile a quella delle Bucoliche e a quella che poi verrà esposta nell’Eneide. L’amore è in pratica una forza devastante che conduce gli animali e anche l’uomo alla follia e alla morte (concezione ripresa dal IV ° libro del de Rerum Natura di Lucrezio).
Tutta l’ultima parte, riprendendo il concetto di natura ostile, descrive una pestilenza che si era abbattuta sulle pecore nella regione di Norica (regione dell’odierna Austria). Quest’ultima descrizione è prettamente lucreziana perché riprende la descrizione che Lucrezio fa della peste di Atene nel VI ° libro del de Rerum Natura.

IV Libro

Trattazione dell’allevamento delle api.
Tutti gli antichi vedevano le api come animali puri, diversi da tutti gli altri perché avevano la facoltà di riprodursi per bugonia (generazione spontanea dalle carcasse dei buoi morti)
Virgilio riprende questa teoria all’interno delle Georgiche tentando di darne una spiegazione.
Il IV libro delle Georgiche può essere diviso in due parti:
1) L’allevamento delle api ha un suo significato politico e sociale perché Virgilio descrive la società delle api come una società perfettamente organizzata e ordinata, quindi una società ideale, come dovrebbe essere quella umana . Questo ha naturalmente collegamento col programma di Augusto, il quale dovrebbe riuscire, con la restaurazione, a dare alla società romana un’organizzazione ordinata anche se non perfetta come quella delle api. Le api sono descritte come animali privilegiati dagli dei perché, secondo il mito, avevano nutrito Giove con il loro miele quando egli era neonato. Giove , come ricompensa, le ha esentate dall’istinto amoroso. E’ per questo motivo che esse si riproducono senza accoppiarsi ed è da qui deriva la loro purezza.
2) Abbiamo l’inserimento, di gusto alessandrino e neoterico, di un epillio in cui si narrala storia dell’apicoltore Aristeo. In questo epillio è poi incastonata la favola di Orfeo ed Euridice. Aristeo ha perso tutti i suoi alveari per punizione divina perché ha cercato di usare violenza amorosa nei confronti della ninfa Euridice che, cercando di scappare da lui, viene morsa da un serpente e muore. Aristeo non sa però della morte di Euridice e non riesce a spiegarsi la perdita dello sciame. Si reca allora dalla madre Cicerne, divinità delle acque, che gli suggerisce di andare a chiedere consiglio a Proteo, divinità dalle tante forme, che avrebbe certo saputo come fargli riacquistare lo sciame. Aristeo si reca da Proteo e dopo varie insistenze gli viene rivelata la verità. L’unico modo che Proteo conosce per far riacquistare lo sciame ad Aristeo è che Orfeo, innamorato di Euridice, deve scendere negli inferi e chiedere di riavere la sua donna. Orfeo, spinto dal suo amore per Euridice, si reca negli inferi e con il suo melodioso canto riesce a commuovere Proserpina, massima divinità dell’Ade, che gli promette la liberazione della sua amata a patto che egli non si volti a guardarla prima che sia uscita dal regno dei morti. Orfeo preso dall’istinto amoroso, non mantiene la parola data a Proserpina ed Euridice non può quindi tornare nel mondo dei vivi. Orfeo morirà, sempre a causa dell’amore, ucciso dalle donne della Tracia delle quali egli non ricambiava le passioni. Proteo, fallito il suo disegno, suggerisce ad Aristeo di recarsi nel bosco con quattro coppie di buoi, di sacrificarli agli dei e di lasciare le carcasse nel bosco per nove giorni. Dopo nove giorni Aristeo si reca nel luogo del sacrificio e vede rigenerarsi dalle carcasse dei buoi tutte le sue api. Questo finale delle Georgiche non è quello originale, perché Virgilio nella prima stesura dell’opera aveva inserito l’elogio all’amico Cornelio Gallo, protagonista tra l’altro della decima Bucolica, che una volta caduto in disgrazia di Ottaviano si era tolto la vita. Virgilio, per ordine di Ottaviano, deve modificare la stesura dell’opera nella quale inserisce, al posto dell’elogio, l’epillio con la conclusione dell’opera. All’interno di questo epillio troviamo:
• la concezione negativa dell’amore (Orfeo ed Euridice muoiono a causa dell’amore, Aristeo a causa dell’amore perde le sue api);
• Un aspetto religioso: l’uomo deve rispettare ed ubbidire agli dei (Orfeo che non segue i consigli di Proserpina muore, Aristeo che segue i consigli di Proteo viene premiato)
• Una forte contrapposizione tra la vita e la morte con alla fine il trionfo della vita sulla morte (dalla morte dei buoi sorge spontaneamente la vita)

Bucoliche

Le Bucoliche (sottinteso Carmina), o Ecloghe pastorali, furono scritte tra il 42 e il 39 a.C. Si tratta di dieci carmi, per lo più in forma dialogata, che hanno per oggetto le storie e i racconti narrati da pastori, presentati come veri e propri creatori di poesia. Il genere bucolico, chiaramente ispirato alla semplicità della vita agreste. fu introdotto a Roma proprio da Virgilio, il quale. a sua volta, prese ispirazione dalla poesia pastorale contenuta negli idilli di Teocrito, poeta greco nativo di Siracusa, vissuto nel III sec. a.C. L’opera può essere cosi riassunta:
• Ecloga I: è un dialogo tra due pastori che discutono sulla confisca delle terre. I protagonisti sono: Titiro, felice per aver salvato il proprio podere grazie all’intervento di un potente amico, Melibeo. che invece deve abbandonare le terre espropriategli.
• Ecloga lI: descrive il lamento d’amore di Coridone. non corrisposto. per il giovane Alessi.
• Ecloga III: rappresenta una rara di canto tra i pastori Dameta e Menalca, che si cimentano in canti alternati detti amebèi.
• Ecloga IV: annuncia la venuta in terra di un puer miracoloso, grazie al quale comincerà una nuova ‘età dell’oro”. All‘epoca, il puer andava verosimìlmente identificato nel nascituro di un potente personaggio del tempo, probabilmcnte Asinio Pollione; anche se, nel corso del Medioevo, l’interpretazione più ricorrente fu quella di far coincidere la quarta ecloga con la profezia della venuta di Gesù Cristo sulla Terra.
• Ecloga V: è il lamento di due mandriani per la morte di Dafni, eroe pastorale assunto in ciclo fra gli dei dopo esser morto in seguito a pene d’amore.
• Ecloga VI: due giovani pastori sorprendono nel sonno e catturano il vecchio satiro Sileno, il quale, al risveglio, canta le origini del mondo secondo le teorie dell’epicureismo.
• Ecloga VII: è il racconto della gara di canto tra due pastori, Tirsi e Coridone, descritta da Melibeo.
• Ecloga VIII: incentrata ancora una volta su una gai-a di canto tra due pastori, l’ecloga è dedicata ad Asinio Pollione.
• Ecloga IX: si richiama ai medesimi argomenti della prima (confische (li terre subite dai pastori), anche se , in questo) caso), il protagonista è il vecchio Menalca. che si lamenta per aver perduto definitivamente il proprio podere.
• Ecloga X: è quella in cui il poeta bucolico Virgilio conforta le pene d amore dell’amico e poeta Come I io Gai lo. abbandonato) dall’amante fuggita con un soldato.
Malgrado siano innegabilmente ispirate agli idilli teocritei, le Bucoliche presentano tratti assolutamente originali rispetto all’opera del poeta siracusano. grazie alla profonda sensibilità dì Virgilio, che pure traspone. in alcune ecloghe. precisi riferimenti autobiografici, come quelli riferibili, in particolare, al fenomeno delle espropriazioni terriere vissuto in prima persona dal poeta mantovano (Ecloghe I e IX).
Alcune delle differenze principali tra i due autori sono riscontrabili, ad esempio, nel modo di dipingere i paesaggi: alle rigogliose e assolate campagne descritte da Teocrito, infatti, subentrano le tristi e malinconiche atmosfere rurali di Virgilio, tipiche dell’ambiente naturale mantovano, che finisce per assumere un preciso significato allegorico sia per ciò che riguarda i singoli personaggi (pastori), sia per quanto attiene all’idealizzazione del paesaggio nel suo insieme. Così, pur rinunciando ai realismo e all’oggettività descrittiva che contraddistinguevano l’arte di Teocrito. Virgilio riuscì da un lato a servirsi delle azioni dei pastori per far riferimento alla figura, alle vicende o ai drammi di personaggi realmente esistiti (Asinio Pollione, Cornelio Gallo, Virgilio stesso, ecc.); dall’altro fa in modo che l’intero mondo pastorale, l’Arcadia, possa presentarsi come mondo sereno e incantato; un mondo capace di risollevare gli animi umani mediante le bellezze della natura e del canto, ma non per questo immune dall’urto delle passioni e del dolore, capaci di rompere anche l’atmosfera disincantata dell’Arcadia mediante la potenza della passione amorosa (Ecloghe 11, V, X) o l’efferatezza degli accadimenti Storici (riferimenti alle guerre civili e alle confische terriere). Di fronte a questa realtà, Virgilio si predisponeva ad accettare pacatamente l’ingiustizia e la fatalità degli eventi, ma non per questo rinunciava a sperare nell’avvento di una nuova età dell’oro, ovvero in una nuova era di pace e prosperità di cui si sarebbe fatto iniziatore il puer cantato nell’ecloga IV.
Eneide
Virgilio compone l’Eneide dal 30 al 19 a.C., anno della morte nel quale aveva deciso di intraprendere un viaggio in Grecia per visitare i luoghi che aveva narrato nella sua opera, ma, che non aveva potuto compiere a causa di una malattia che lo prese a Brindisi prima della sua partenza. Egli aveva espresso il desiderio che il poema fosse bruciato perché non aveva potuto revisionarlo, e, non voleva che fosse pubblicato qualcosa di suo che non fosse perfetto.
Possiamo notare la mancata revisione poiché l’opera contiene versi incompleti, soprattutto nel III ° libro, che in tutto sono cinquantotto.
Nel III ° libro delle Georgiche Virgilio aveva già annunciato la composizione del poema che doveva esaltare la grandezza di Augusto e di Roma, e, in un primo tempo egli intendeva comporre un poema a carattere storico. Questo gli risultò difficile per la mancanza di esempi e perché avrebbe dovuto trattare di storia contemporanea, quindi decise di comporre un poema epico tradizionale sulla base dei poemi omerici, inserendo in un impianto mitologico gli avvenimenti storici sotto forma di profezie.
Virgilio parte, nella composizione, dal mito di Enea che i romani consideravano loro progenitore e in particolare la Gens Iulia si considerava diretta discendente di Iulo o Ascanio, figlio di Enea.

La struttura


L’Eneide è un poema epico tradizionale in dodici libri, e, può essere suddiviso in due sezioni che riprendono i poemi omerici. Dal libro I° al libro VI ° si rifà all’Odissea dove è presente la tematica dell’avventura; dal libro VII ° al libro XII ° si rifà all’Iliade dove è presente la tematica bellica. Anche la parte introduttiva riprende l’Odissea poiché mette il lettore in medias res (all’interno del racconto). Anche la tecnica del racconto è uguale a quella dell’Odissea (eroe che arriva in una terra straniera dopo varie peripezie e racconta a corte le sue avventure)
• Libro I°: Proemio; arrivo di Enea a Cartagine
• Libro II °: interruzione del racconto per riprendere gli avvenimenti precedenti (Flash Back) tramite un racconto, terminato il quale si riprende la storia da dove la si era lasciata.
• Libro III °/IV °/V°: racconto delle avventure di Enea alla regina Didone
• Particolare del Libro IV °: troviamo la concezione negativa dell’amore che è la stessa delle Bucoliche e delle Georgiche (suicidio della regina Didone il cui amore per Enea non è ricambiato). La morte di Didone è presa come presagio dell’odio fra Roma e Cartagine e delle guerre Puniche.
• Libro VI °: libro che più celebra la grandezza di Roma insieme all VIII ° libro; punto centrale del racconto; uno dei più importanti libri dell’opera perché si ha il viaggio di Enea nell’oltretomba, nel quale ad Enea viene comunicato il disegno degli dei e cioè che doveva compiere la missione di fondare Roma (gli viene comunicato dal padre). Anche all’inizio del VI ° libro abbiamo un proemio. Riassunto delle vicende: Enea incontra il padre Anchise nei campi Elisi (paradiso) il quale gli fa la rassegna dei suoi discendenti fra cui troviamo Ottaviano Augusto che riporterà pace e benessere a Roma portandola al suo massimo splendore. La rassegna dei discendenti si conclude con l’elogio della figura di Marcello, figlio della sorella e quindi nipote di Ottaviano, morto in gioventù. E’ dall’elogio di Marcello che Ottaviano si innamorerà dell’Eneide e per questo impedisce che l’opera sia bruciata.
• Libro VII °: descrizione del viaggio di Enea da Evandro che aveva fondato un regno nel Lazio. Nella descrizione dei luoghi c’è un collegamento col II ° libro delle Georgiche quando Virgilio fa l’elogio dell’Italia.
• Libro VIII °: descrizione dello scudo di Enea dove sono raffigurate le scene della storia romana e il racconto della battaglia di Azio (esaltazione di Augusto, vincitore contro Antonio)
• Libri IX ° & XII °: episodi presi a modello da Tasso e Ariosto nella composizione delle loro opere per il tema dell’amicizia.
Molti episodi dell’Eneide sono poi ripresi da Dante nella Divina Commedia. Un aspetto comune ai personaggi dell’Eneide è la rassegnazione; tutti si rassegnano al destino voluto dagli dei, essi non sono padroni delle proprie azioni e sacrificano i loro sforzi per il bene della collettività. L’unico personaggio a fare eccezione è Didone, che, con la sua morte, va contro il volere degli dei (tematica presente nel IV ° libro delle Georgiche: chi disobbedisce alla divinità ha una fine tragica. Al centro di tutto c’è la religione). Enea con tutte le sue caratteristiche è il simbolo del cittadino romano ideale: possiede la pietas religiosa, ha sacro il valore della famiglia (tanto è vero che per l’anniversario della morte del padre si reca nel luogo dove quest’ultimo era passato a nuova vita e organizza dei grandi festeggiamenti in suo onore), ha sacri tutti i valori morali (es. la patria) che erano alla base della tradizione romana.

L'Eneide

Virgilio compone l’Eneide dal 30 al 19 a.C., anno della morte nel quale aveva deciso di intraprendere un viaggio in Grecia per visitare i luoghi che aveva narrato nella sua opera, ma, che non aveva potuto compiere a causa di una malattia che lo prese a Brindisi prima della sua partenza. Egli aveva espresso il desiderio che il poema fosse bruciato perché non aveva potuto revisionarlo, e, non voleva che fosse pubblicato qualcosa di suo che non fosse perfetto.
Possiamo notare la mancata revisione poiché l’opera contiene versi incompleti, soprattutto nel III ° libro, che in tutto sono cinquantotto.
Nel III ° libro delle Georgiche Virgilio aveva già annunciato la composizione del poema che doveva esaltare la grandezza di Augusto e di Roma, e, in un primo tempo egli intendeva comporre un poema a carattere storico. Questo gli risultò difficile per la mancanza di esempi e perché avrebbe dovuto trattare di storia contemporanea, quindi decise di comporre un poema epico tradizionale sulla base dei poemi omerici, inserendo in un impianto mitologico gli avvenimenti storici sotto forma di profezie.
Virgilio parte, nella composizione, dal mito di Enea che i romani consideravano loro progenitore e in particolare la Gens Iulia si considerava diretta discendente di Iulo o Ascanio, figlio di Enea.

La struttura



L’Eneide è un poema epico tradizionale in dodici libri, e, può essere suddiviso in due sezioni che riprendono i poemi omerici. Dal libro I° al libro VI ° si rifà all’Odissea dove è presente la tematica dell’avventura; dal libro VII ° al libro XII ° si rifà all’Iliade dove è presente la tematica bellica. Anche la parte introduttiva riprende l’Odissea poiché mette il lettore in medias res (all’interno del racconto). Anche la tecnica del racconto è uguale a quella dell’Odissea (eroe che arriva in una terra straniera dopo varie peripezie e racconta a corte le sue avventure)
• Libro I°: Proemio; arrivo di Enea a Cartagine
• Libro II °: interruzione del racconto per riprendere gli avvenimenti precedenti (Flash Back) tramite un racconto, terminato il quale si riprende la storia da dove la si era lasciata.
• Libro III °/IV °/V°: racconto delle avventure di Enea alla regina Didone
• Particolare del Libro IV °: troviamo la concezione negativa dell’amore che è la stessa delle Bucoliche e delle Georgiche (suicidio della regina Didone il cui amore per Enea non è ricambiato). La morte di Didone è presa come presagio dell’odio fra Roma e Cartagine e delle guerre Puniche.
• Libro VI °: libro che più celebra la grandezza di Roma insieme all VIII ° libro; punto centrale del racconto; uno dei più importanti libri dell’opera perché si ha il viaggio di Enea nell’oltretomba, nel quale ad Enea viene comunicato il disegno degli dei e cioè che doveva compiere la missione di fondare Roma (gli viene comunicato dal padre). Anche all’inizio del VI ° libro abbiamo un proemio. Riassunto delle vicende: Enea incontra il padre Anchise nei campi Elisi (paradiso) il quale gli fa la rassegna dei suoi discendenti fra cui troviamo Ottaviano Augusto che riporterà pace e benessere a Roma portandola al suo massimo splendore. La rassegna dei discendenti si conclude con l’elogio della figura di Marcello, figlio della sorella e quindi nipote di Ottaviano, morto in gioventù. E’ dall’elogio di Marcello che Ottaviano si innamorerà dell’Eneide e per questo impedisce che l’opera sia bruciata.
• Libro VII °: descrizione del viaggio di Enea da Evandro che aveva fondato un regno nel Lazio. Nella descrizione dei luoghi c’è un collegamento col II ° libro delle Georgiche quando Virgilio fa l’elogio dell’Italia.
• Libro VIII °: descrizione dello scudo di Enea dove sono raffigurate le scene della storia romana e il racconto della battaglia di Azio (esaltazione di Augusto, vincitore contro Antonio)
• Libri IX ° & XII °: episodi presi a modello da Tasso e Ariosto nella composizione delle loro opere per il tema dell’amicizia.
Molti episodi dell’Eneide sono poi ripresi da Dante nella Divina Commedia.
Un aspetto comune ai personaggi dell’Eneide è la rassegnazione; tutti si rassegnano al destino voluto dagli dei, essi non sono padroni delle proprie azioni e sacrificano i loro sforzi per il bene della collettività.
L’unico personaggio a fare eccezione è Didone, che, con la sua morte, va contro il volere degli dei (tematica presente nel IV ° libro delle Georgiche: chi disobbedisce alla divinità ha una fine tragica. Al centro di tutto c’è la religione).
Enea con tutte le sue caratteristiche è il simbolo del cittadino romano ideale: possiede la pietas religiosa, ha sacro il valore della famiglia (tanto è vero che per l’anniversario della morte del padre si reca nel luogo dove quest’ultimo era passato a nuova vita e organizza dei grandi festeggiamenti in suo onore), ha sacri tutti i valori morali (es. la patria) che erano alla base della tradizione romana.