Età da Tiberio a Traiano - Letteratura Latina

Quintiliano

Scheda di letteratura latina su: Quintiliano

Marco Fabio Quintiliano fu

originario di Calagurris (l’odierna Calahorra nella Spagna Nord-orientale). Nato tra il 30 e il 40 d.C., fu condotto a Roma

dall’imperatore Galba. Nella capitale svolge con successo l’attività di oratore giudiziario; fu, inoltre, insegnante di

retorica per 20 anni (dal 70 al 90 d.C.), finanziato dallo stato per volere di Vespasiano. Nel 94, ormai ritiratosi dall’

insegnamento, accettò l’incarico, datogli dal nuovo imperatore Domiziano, di precettore dei suoi due pronipoti. Dopo il

susseguirsi di alcune disgrazie familiari, muore, nel 96 d.C., alla fine della dinastia Flavia.

Le opere



L'unica opera giunta completa e la più importante di Quintiliano, è l'Institutionis oratoriae libri XII (La

formazione dell'oratore), dedicata all'amico Vittorio Marcello e nella quale Quintiliano espone i risultati della propria

riflessione teorica e della sua lunga esperienza di insegnante. Il resto della sua produzione non è pervenuto. Quintiliano non

pubblicò i discorsi tenuti in tribunale, a eccezione di un'orazione andata perduta in difesa di un certo Nevio Arpiniano,

accusato di aver ucciso la moglie.
Perduta è la sua prima opera, De causis corruptae eloquentiae (Le cause della corruzione

dell'eloquenza), in cui Quintiliano, analizzati i motivi della decadenza dell'eloquenza e, più in generale, dell'arte

del parlare e dello scrivere, ne individuava le cause nello stile "corrotto" di Seneca e nei maestri incompetenti e dediti alle

artificiose e grottesche declamazioni, di moda già alla fine dell'età di Augusto.
Ai discepoli di Quintiliano sono

dovuti 2 libri sull'arte retorica, Ars rhetorica, contenenti forse dispense del maestro, pubblicate tuttavia contro la sua

volontà.
Le declamazioni tramandate dai manoscritti sotto il suo nome sono spurie: le19 dette "maggiori" sono databili al

sec. IV; le 145 dette "minori" sono superstiti di una raccolta, collocabile fra il I e il II secolo, che ne comprendeva

all'origine 388.

L’institutio oratoria

E’ un trattato di dodici libri, dedicato a Vittorio Marcello,

personaggio in vista alla corte di Domiziano.
Nell’Institutio, Quintiliano scrive un’opera completa e sistematica,

delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia e trattando di tutti i problemi e gli argomenti, teorici e pratici,

attinenti alla scienza retorica e all’attività oratoria. Quintiliano, dunque, scrive un vero e proprio trattato didascalico,

molto simile a un manuale scolastico.
La concezione della retorica si pone, fin dall’inizio, sulla linea di quella

Ciceroniana: la retorica è intesa come scienza che non si limita a fornire conoscenze puramente tecniche, ma si propone di

formare, insieme al perfetto oratore, il cittadino e l’uomo moralmente esemplare. Pertanto, tutte le altre discipline, in

particolare la filosofia, saranno subordinate ad essa: solo chi possiede perfettamente l’arte dell’eloquenza è in grado di

trattare convenientemente di argomenti filosofici.

Contenuto dell’opera

Dopo il proemio, Quintiliano

dedica il I libro ad un’importante premessa sui precetti pedagogici e sullo studio della grammatica (primo livello dell’

insegnamento). Il secondo libro tratta dei metodi di insegnamento della retorica e la sua funzione (secondo livello dell’

insegnamento). Dal III all’XI libro c’è quella che costituisce il corpus principale della trattazione. In esso, dopo un rapido

excursus sulla storia della retorica, troviamo le partizioni fondamentali di questa disciplina:
- essa si divide in 6

procedimenti: inventio, dispositio, elocutio, aptum, memoria, actio;
- può distinguersi in tre generi di discorsi:

deliberativo, epidittico, giudiziario;
- può avere tre finalità diverse: docere, movere, delectare.
Nel XII libro

troviamo, infine, la descrizione del perfetto oratore inteso come vir bonus dicendi peritus.

La decadenza dell’

oratoria secondo Quintiliano


Quintiliano indica le cause della decadenza dell’oratoria in fattori di ordine

tecnico: carenza di buoni insegnanti, eccessivo spazio dato nella scuola alle declamazioni su argomenti fittizi lontani dalla

vita reale.
Le cause sono, tuttavia, anche di carattere morale, individuando, nella degenerazione dei costumi, lo scadimento

del gusto e dello stile.
Non tiene tuttavia conto della mutata funzione dell’oratore nella società civile (non più

repubblicana ma monarchica), e non considera le nuove tendenze stilistiche del tempo: egli ripropone infatti il modello

ciceroniano, ormai superato, e non più adatto alle condizioni socio-politiche del suo tempo. Bisogna comunque tener conto che,

Quintiliano, rielabora il modello del vir bonus, riadattandolo alla sua concezione dell’oratore: quest’ultimo non deve più

preoccuparsi della communis utilitas, ma deve mirare all’utilità del principe e della monarchia.

Lo stile



Nel suo tentativo particolare di "recupero formale" della retorica, poi, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi

del "Nuovo Stile", cioè della nuova prosa di tipo senecano (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle

declamazioni (che mirano a "movere" più che a "docere"), dall’altro al troppo scarno gusto arcaico: e propone anche qui - come

altrove - il modello di Cicerone (modello di sanità di espressione ch’è insieme sintomo di saldezza di costumi), reinterpretato

ai fini di un’ideale equidistanza appunto fra asciuttezza e ampollosità, ovvero di un equilibrato contemperamento dei tre stili

"subtile", "medium" e "grande". L’autore, però, sia in teoria, sia soprattutto nella pratica della sua prosa, testimonia

concessioni al nuovo gusto per l’irregolarità e per il colore vivace.