Versione "Libro 1 - par 7 - 10" di Tucidide

Libro 1 - par 7 - 10

Traduzione della Versione "Libro 1 - par 7 - 10" di Tucidide

Traduzione Italiana

[7] I centri in cui gli abitanti, ormai molto sicuri nelle comunicazioni marittime, si insediarono più di recente, dotati di più consistenti risorse economiche, venivano fondati per lo più lungo i litorali e fortificati con mura. Si cercava inoltre di occupare gli istmi per praticare agevolmente i propri traffici e contrapporsi di potenza ai rispettivi confinanti. Le città antiche, per contro, timorose della pirateria, fiorita per lungo tempo, si edificavano piuttosto lontano dal mare, sia quelle isolane, che le continentali. (Poiché i pirati compivano incursioni reciproche, rivolgendole anche contro quelli che pur non praticando il mare erano rivieraschi). Ancor oggi questi centri si trovano all'interno. [8] Particolarmente dediti alla pirateria erano gli isolani, vale a dire Cari e Fenici. Costoro possedevano la maggior parte delle isole. Eccone la prova: quando Delo fu sottoposta dagli Ateniesi, nel corso di questa guerra, alla purificazione rituale e furono asportate le tombe di quanti erano deceduti sull'isola, apparve chiaro che per più della metà si trattava di Cari. Si riconobbero dalla fattura delle armi sepolte con i cadaveri e dal sistema di inumazione, in vigore ancor oggi. Affermatasi la forza navale di Minosse, i rapporti per mare si infittirono: i pirati delle isole ne furono espulsi, mentre egli veniva colonizzandone la maggior parte. Gli abitatori delle regioni litoranee, già più decisi ad accrescere i loro capitali, sempre più consolidavano le proprie sedi: alcuni poi, accortisi di diventar via via più facoltosi, si cingevano di mura. Per desiderio di lucro i più deboli si assoggettavano al servizio dei più forti, mentre i più potenti, ricchi a profusione, si annettevano le città minori. Progredivano già da qualche tempo in tale regola di vita quando, più tardi, i Greci si accinsero alla campagna di Troia. [9] A mio vedere, Agamennone riuscì a raccogliere il corpo di spedizione perché eccelleva in potenza tra i contemporanei, non certo sollecitando i pretendenti di Elena con il giuramento che li vincolava a Tindaro. Quelli che hanno accolto, tramandate oralmente dai loro antichi, le notizie più certe sulle vicende del Peloponneso, affermano che Pelope dapprima ottenne una notevole potenza politica, mettendo a frutto le enormi somme di denaro che recò con sé trasferendosi dall'Asia in un paese abitato da uomini indigenti, e riuscì inoltre a imporre, sebbene forestiero il proprio nome su quella terra. In seguito, i suoi discendenti si sarebbero impossessati di una potenza anche più rilevante, quando Euristeo perì in Attica, per mano degli Eraclidi. Euristeo, per il tempo che fosse durata la sua spedizione, aveva affidato ad Atreo, che gli era zio materno e quindi parente, Micene e il regno Atreo si trovava ad esser profugo, temendo il padre a causa dell'assassinio di Crisippo). Sostengono che siccome Euristeo non fece mai più ritorno, Atreo ottenne la successione al regno su volere degli stessi Micenei, in ansia per un'eventuale rappresaglia degli Eraclidi, e poiché s'era creato fama di uomo capace, conquistando le simpatie di quel popolo e degli altri già soggetti ad Euristeo. Così i Pelopidi riuscirono più potenti dei Perseidi. Sono convinto che Agamennone, ricevuto in eredità il regno e più potente sul mare di tutti gli altri, abbia effettuato la spedizione raccogliendone i componenti piuttosto con il severo rispetto che sapeva imporre che in virtù d'una affettuosa benevolenza. È indubitabile infatti che egli partì per Troia con un numero di navi superiore agli altri, e che ne fornì agli Arcadi: lo ha dimostrato Omero, se la sua testimonianza ha valore. Inoltre, narrando la «trasmissione dello scettro» ha lasciato detto che Agamennone su isole molte signoreggiava e su Argo tutta. Senza dubbio, vivendo sul continente, non avrebbe potuto tenere soggette le isole, oltre a quelle prossime alla costa, che non sarebbero molte, se non avesse disposto di una flotta discretamente forte. Anche da questa spedizione si deve dedurre l'entità di quelle che la precedettero. [10] La circostanza che Micene fosse un piccolo nucleo urbano, o se qualche altro centro dei tempi antichi destasse attualmente l'impressione d'essere stato insignificante, non costituirebbe una prova decisiva per chi nutrisse dubbi sull'importanza della spedizione, quale l'hanno magnificata i poeti e la tradizione ancora la celebra. Poiché se la città degli Spartani restasse deserta e rimanessero i templi e le fondamenta degli edifici, penso che dopo molto tempo sorgerebbe nei posteri un'incredulità forte che la potenza spartana fosse adeguata alla sua fama; (eppure occupano i due quinti del Peloponneso, detengono l'egemonia su di esso e su numerosi alleati esterni: tuttavia raccogliendosi la città intorno ad un unico nucleo privo di templi e costruzioni sontuose, con la sua caratteristica struttura in villaggi sparsi, secondo l'antico costume greco, parrebbe una mediocre potenza). Se gli Ateniesi invece subissero la stessa sorte, la loro importanza, a dedurla dai resti visibili della città, si supporrebbe, credo, doppia di quella reale. Non conviene dunque dubitare, né attribuire maggiore rilievo all'esame degli aspetti esteriori delle città che della loro effettiva potenza; ci si deve convincere che quella spedizione fu la più importante tra quante la precedettero, ma inferiore alle attuali, se pure da questo lato dobbiamo prestar fede all'ispirazione poetica di Omero, che da poeta appunto, com'è naturale, l'ha esaltata e abbellita; tuttavia, anche così, è evidente che fu inferiore. Infatti, di milleduecento navi, il poeta ha descritto quelle dei Beoti come fornite di centoventi uomini d'equipaggio ciascuna, quelle al comando di Filottete di cinquanta, volendo indicare, a mio avviso, le maggiori e le minori: e infatti relativamente alla portata delle altre non fece parola nel catalogo delle navi. Che poi i rematori fossero tutti anche combattenti l'ha significato chiaro, citando le navi di Filottete; poiché gli uomini ai remi li ha fatti tutti arcieri. Non è verosimile che fossero imbarcati molti passeggeri non addetti alla manovra, tranne i principi e i personaggi più autorevoli soprattutto considerando che li attendeva una traversata lunga e con macchine da guerra: inoltre, i navigli non erano coperti da ponti, ma armati alla corsara, secondo l'uso antico. Se si calcola dunque la media tra le navi minori e le più capaci, risulta chiaro che non presero il mare in molti, considerato che erano inviati da tutti i paesi di Grecia