Versione di Apuleio

Metamorfosi IV, 28: traduzione

Metamorfosi di Apuleio, versione di latino tradotta: traduzione del libro IV, paragrafo 28.

Testo Originale Latino

METAMORFOSI DI APULEIO, VERSIONE TRADOTTA - TESTO LATINO. Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, at vero puellae iunioris tam praecipua, tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. Multi denique civium et advenae copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis admiratione stupidi et admoventes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem residente eam ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis venerabantur adorationibus. Iamque proximas civitates et attiguas regiones fama pervaserat deam, quam caerulum profundum pelagi peperit et ros spumantium fluctuum educavit, iam numinis sui passim tributa venia in medias conversari populi coetibus, vel certe rursum novo caelestium stillarum germine non maria, sed terras Venerem aliam virginali flore praeditam pullulasse.

Traduzione Italiana

METAMORFOSI DI APULEIO, VERSIONE DI LATINO TRADOTTA - TRADUZIONE. Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliuole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente. Infatti molti cittadini e molti stranieri che la fama della mirabile visione faceva accorrere ininterrottamente, rimanevano a bocca aperta dalla meraviglia per la inarrivabile bellezza, e mettendo davanti alle labbra la destra, e accostando il dito indice al pollice dritto, la veneravano come si fa nei templi, quasi fosse addirittura Venere in persona. E già si era sparsa nelle città vicine e nelle regioni confinanti la fama che la dea generata dal ceruleo abisso del mare e nutrita dalla rugiada degli spumeggianti flutti fosse scesa in terra e si aggirasse fra le adunanze del popolo, e che certo da un nuovo germe di stille celesti non più i mari ma la terra avesse fatto germogliare un'altra Venere adorna del fiore verginale.