Versione di Cicerone

Libro 1, Paragrafo 3

Traduzione della Versione "Libro 1, Paragrafo 3" di Cicerone

Testo Originale Latino

Atque haec ut ego arbitror veteres rerum magis eventis moniti quam ratione docti probaverunt. Philosophorum vero exquisita quaedam argumenta cur esset vera divinatio conlecta sunt; e quibus ut de antiquissumis loquar Colophonius Xenophanes unus qui deos esse diceret divinationem funditus sustulit; reliqui vero omnes praeter Epicurum balbutientem de natura deorum divinationem probaverunt sed non uno modo. Nam cum Socrates omnesque Socratici Zenoque et ii qui ab eo essent profecti manerent in antiquorum philosophorum sententia vetere Academia et Peripateticis consentientibus cumque huic rei magnam auctoritatem Pythagoras iam ante tribuisset qui etiam ipse augur vellet esse plurumisque locis gravis auctor Democritus praesensionem rerum futurarum comprobaret Dicaearchus Peripateticus cetera divinationis genera sustulit somniorum et furoris reliquit Cratippusque familiaris noster quem ego parem summis Peripateticis iudico isdem rebus fidem tribuit reliqua divinationis genera reiecit. Sed cum Stoici omnia fere illa defenderent quod et Zeno in suis commentariis quasi semina quaedam sparsisset et ea Cleanthes paulo uberiora fecisset accessit acerrumo vir ingenio Chrysippus qui totam de divinatione duobus libris explicavit sententiam uno praeterea de oraclis uno de somniis; quem subsequens unum librum Babylonius Diogenes edidit eius auditor duo Antipater quinque noster Posidonius. Sed a Stoicis vel princeps eius disciplinae Posidoni doctor discipulus Antipatri degeneravit Panaetius nec tamen ausus est negare vim esse divinandi sed dubitare se dixit. Quod illi in aliqua re invitissumis Stoicis Stoico facere licuit nos ut in reliquis rebus faciamus a Stoicis non concedetur? praesertim cum id de quo Panaetio non liquet reliquis eiusdem disciplinae solis luce videatur clarius. Sed haec quidem laus Academiae praestantissumi philosophi iudicio et testimonio comprobata est.

Traduzione Italiana

Gli antichi, a mio parere, credettero alla veridicità della divinazione più perché impressionati dall'avverarsi delle profezie che per argomentazioni razionali. Quanto ai filosofi, sono stati raccolti i loro sottili ragionamenti per dimostrare che la divinazione corrisponde al vero. Tra essi (mi rifaccio ai più antichi), Senofane di Colofone fu il solo che, pur credendo all'esistenza degli dèi, negò ogni fede nella divinazione. Tutti gli altri, eccettuato Epicuro che sulla natura degli dèi disse cose assurde, approvarono la divinazione, ma non nella stessa misura. Socrate e tutti i socratici, Zenone stoico e i suoi seguaci, si attennero alla dottrina dei filosofi più antichi, e dello stesso parere furono l'Accademia antica e i peripatetici; già prima di essi, Pitagora aveva attribuito alla divinazione grande autorità (egli stesso, anzi, si considerava un àugure), e Democrito, filosofo di grande valore, in molti passi delle sue opere dichiarò di credere alle previsioni del futuro. Invece il peripatetico Dicearco considerò veritieri soltanto i sogni e le profezie gridate in accessi di follìa, negò fede a ogni altro genere di divinazione; mentre il mio intimo amico Cratippo, che io considero pari ai peripatetici più grandi, egualmente credette a quei due tipi di profezie, e ripudiò tutti gli altri. Ma dopo che gli Stoici ebbero difeso in generale ogni divinazione (poiché Zenone nelle sue opere aveva, per così dire, sparso qua e là i semi di questa dottrina e Cleante li aveva alquanto sviluppati), ecco farsi avanti un uomo d'ingegno acutissimo, Crisippo, il quale espose tutta la dottrina della divinazione in due libri, e poi in un altro libro trattò degli oracoli, in un altro ancora dei sogni; dopo di lui scrisse un libro sulla divinazione Diogene di Babilonia, suo discepolo, due Antipatro, cinque il mio Posidonio. Ma dagli Stoici si discostò il maggior pensatore di quella scuola, Panezio, maestro di Posidonio, discepolo di Antipatro; tuttavia egli non si spinse fino a negare la validità della divinazione, ma dichiarò soltanto di dubitarne. Ciò che fu lecito di fare fino a un certo punto a lui, stoico, tra l'aspro dissenso degli altri stoici, gli stessi stoici non concederanno a noi di farlo fino in fondo? Tanto più che ciò di cui Panezio dubita, è considerato più chiaro della luce del sole dagli altri seguaci della stessa scuola. Ma questo titolo di merito dell'Accademia ha la conferma del giudizio e della testimonianza di un filosofo di grande valore.