Versione di Cicerone

Libro 1, Par. da 111 a 115

Traduzione della Versione "Libro 1, Par. da 111 a 115" di Cicerone

Testo Originale Latino

Libro 1 Paragrafo 111 Omnino si quicquam est decorum nihil est profecto magis quam aequabilitas [cum] universae vitae tum singularum actionum quam conservare non possis si aliorum naturam imitans omittas tuam. Ut enim sermone eo debemus uti qui innatus est nobis ne ut quidam Graeca verba inculcantes iure optimo rideamur sic in actiones omnemque vitam nullam discrepantiam conferre debemus. Libro 1 Paragrafo 112 Atque haec differentia naturarum tantam habet vim ut non numquam mortem sibi ipse consciscere alius debeat alius [in eadem causa] non debeat. Num enim alia in causa M. Cato fuit alia ceteri qui se in Africa Caesari tradiderunt? atqui ceteris forsitan vitio datum esset si se interemissent propterea quod lenior eorum vita et mores fuerant faciliores; Catoni cum incredibilem tribuisset natura gravitatem eamque ipse perpetua constantia roboravisset semperque in proposito susceptoque consilio permansisset moriendum potius quam tyranni vultus aspiciendus fuit. Libro 1 Paragrafo 113 Quam multa passus est Ulixes in illo errore diuturno cum et mulieribus si Circe et Calypso mulieres appellandae sunt inserviret et in omni sermone omnibus affabilem [et iocundum] esse se vellet! Domi vero etiam contumelias servorum ancillarumque pertulit ut ad id aliquando quod cupiebat veniret. At Aiax quo animo traditur milies oppetere mortem quam illa perpeti maluisset. Quae contemplantes expendere oportebit quid quisque habeat sui eaque moderari nec velle experiri quam se aliena deceant; id enim maxime quemque decet quod est cuiusque maxime suum. Libro 1 Paragrafo 114 [Suum] quisque igitur noscat ingenium acremque se et bonorum et vitiorum suorum iudicem praebeat ne scaenici plus quam nos videantur habere prudentiae. Illi enim non optumas sed sibi accomodatissimas fabulas eligunt; qui voce freti sunt Epigonos Medumque qui gestu Melanippam Clytemestram semper Rupilius quem ego memini Antiopam non saepe Aesopus Aiacem. ergo histrio hoc videbit in scena non videbit sapiens vir in vita? Ad quas igitur res aptissimi erimus in iis potissimum elaborabimus. sin aliquando necessitas nos ad ea detruserit quae nostri ingenii non erunt omnis adhibenda erit cura meditatio diligentia ut ea si non decore at quam minime indecore facere possimus nec tam est enitendum ut bona quae nobis data non sint sequamur quam ut vitia fugiamus. Libro 1 Paragrafo 115Ac duabus iis personis quas supra dixi tertia adiungitur quam casus aliqui aut tempus imponit quarta etiam quam nobismet ipsis iudicio nostro accommodamus. nam regna imperia nobilitatem honores divitiae opes eaque quae sunt his contraria in casu sita temporibus gubernantur; ipsi autem gerere quam personam velimus a nostra voluntate proficiscitur. Itaque se alii ad philosophiam alii ad ius civile alii ad eloquentiam applicant ipsarumque virtutum in alia alius mavult excellere.

Traduzione Italiana

Libro 1, Paragrafo 111 In generale, se c'è al mondo cosa decorosa, nessuna certamente è tale più della coerenza, così nella vita intera come nelle singole azioni; coerenza che noi non potremmo conservare, se, imitando l'altrui natura, ci spogliassimo della nostra. Come noi dobbiamo far uso di quella lingua che ci è materna, per non essere giustamente derisi, come accade a taluni che vi inseriscono parole greche, così non dobbiamo introdurre alcuna dissonanza nelle nostre azioni e nella nostra vita. Libro 1, Paragrafo 112 Ora, questa diversità di nature ha in sé tanta forza che talvolta un uomo deve darsi la morte, mentre un altro, nelle stesse condizioni, non deve. Forse che Marco Catone si trovò in condizione diversa da quella di coloro che in Africa si arresero a Cesare? Eppure, mentre a costoro si sarebbe fatta una colpa se si fossero uccisi, perché meno austera era stata la loro vita e meno rigidi i loro costumi, a Catone, invece, che aveva avuto in dono da natura una straordinaria austerità, da lui rafforzata con una incessante fermezza, a Catone, ch'era sempre rimasto incrollabilmente fermo nel suo proposito, il dovere impose di morire piuttosto che vedere la faccia del tiranno. Libro 1, Paragrafo 113 Quante disavventure sopportò Ulisse, in quel suo lungo e periglioso errare, riducendosi perfino a schiavo di donne, se donne si possono chiamare Circe e Calipso, e cercando di mostrarsi in ogni discorso affabile e cortese con tutti! Nella sua casa, poi, sopportò perfino gli oltraggi dei servi e delle ancelle, pur di raggiungere finalmente il suo intento. Laddove Aiace, con quel carattere che la tradizione gli attribuisce, mille volte avrebbe voluto incontrar la morte piuttosto che sopportare quegli umilianti oltraggi. Per queste ragioni e per questi esempi, conviene che ciascuno esamini attentamente la propria natura e la indirizzi a buon fine, senza voler sperimentare quanto gli si addica l'altrui: a ciascuno tanto più conviene il suo carattere quanto più è suo. Libro 1, Paragrafo 114 Ciascuno, dunque, ben conosca la propria indole, facendosi giudice attento e oculato delle sue virtù e dei suoi difetti, perché non sembri che gli attori abbiano più discernimento di noi. Gli attori, infatti, scelgono non i drammi migliori, ma quelli più adatti alle loro forze: coloro che confidano nella voce, preferiscono gli Epigoni e il Medo, coloro che confidano nella mimica, la Melanippa e la Clitemestra; Rupilio, ben lo ricordo, recitava sempre l'Antiope, Esopo di rado l'Aiace. Un istrione, dunque, vedrà ciò che gli conviene su la scena, e il sapiente non lo vedrà nella vita? Applichiamoci dunque con cura a quelle cose alle quali siamo più specialmente adatti. Che se talora la necessità, sviandoci dal nostro cammino, ci spingerà a cose non conformi all'indole nostra, ci converrà adoperare ogni cura, ogni più meditata diligenza per poterle fare, se non proprio convenientemente, almeno con la minore sconvenienza possibile. Non tanto dobbiamo sforzarci di conseguire quelle doti che la natura ci ha negato, quanto piuttosto di fuggire quei difetti che essa ci ha dato. Libro 1, Paragrafo 115 In verità, a quei due caratteri, di cui ho parlato più sopra, se ne aggiunge un terzo, che ci è imposto dal caso o dalle circostanze; e ancora un quarto, che noi stessi ci adattiamo a nostro arbitrio. Perché i regni, i comandi, i vari gradi di nobiltà, gli onori, le ricchezze, la potenza, come anche i loro contrari, sono in balia del caso e dipendono dalle circostanze; ma quella parte che noi stessi vogliamo rappresentar nella vita, procede dalla nostra volontà. Ecco perché alcuni si dedicano alla filosofia, altri al diritto civile, altri all'eloquenza, e anche nel campo delle virtù morali, chi preferisce eccellere in una e chi in un'altra.