Versione di Cicerone

Libro 2, Par. da 51 a 55

Traduzione della Versione "Libro 2, Par. da 51 a 55" di Cicerone

Testo Originale Latino

Paragrafo 51 Atque etiam hoc praeceptum officii diligenter tenendum est ne quem umquam innocentem iudicio capitis arcessas; id enim sine scelere fieri nullo pacto potest. Nam quid est tam inhumanum quam eloquentiam a natura ad salutem hominum et ad conservationem datam ad bonorum pestem perniciemque convertere? Nec tamen ut hoc fugiendum est item est habendum religioni nocentem aliquando modo ne nefarium impiumque defendere. Vult hoc multitudo patitur consuetudo fert etiam humanitas. Iudicis est semper in causis verum sequi patroni non numquam veri simile etiam si minus sit verum defendere quod scribere praesertim cum de philosophia scriberem non auderem nisi idem placeret gravissimo Stoicorum Panaetio. Maxime autem et gloria paritur et gratia defensionibus eoque maior si quando accidit ut ei subveniatur qui potentis alicuius opibus circumveniri urgerique videatur ut nos et saepe alias et adulescentes contra L. Sullae dominantis opes pro Sex. Roscio Amerino fecimus quae ut scis extat oratio. Paragrafo 52 Sed eitis adulescentium officiis quae valeant ad gloriam adipiscendam deinceps de beneficentia ac de liberalitate dicendum est cuius est ratio duplex. Nam aut opera benigne fit indigentibus aut pecunia. Facilior est haec posterior locupleti praesertim sed illa lautior ac splendidior et viro forti claroque dignior. Quamquam enim in utroque inest gratificandi liberalis voluntas tamen altera ex arca altera ex virtute depromitur largitioque quae fit ex re familiari fontem ipsum benignitatis exhaurit. Ita benignitate benignitas tollitur qua quo in plures usus sis eo minus in multos uti possis. Paragrafo 53 At qui opera id est virtute et industria benefici et liberales erunt primum quo pluribus profuerint eo plures ad benigne faciendum adiutores habebunt dein consuetudine beneficentiae paratiores erunt et tamquam exercitatiores ad bene de multis promerendum. Praeclare in epistula quadam Alexandrum filium Philippus accusat quod largitione benivolentiam Macedonum consectetur: 'Quae te malum!' inquit 'ratio in istam spem induxit ut eos tibi fideles putares fore quos pecunia corrupisses? An tu id agis ut Macedones non te regem suum sed ministrum et praebitorem sperent fore?' Bene 'ministrum et praebitorem' quia sordidum regi melius etiam quod largitionem 'corruptelam ' dixit esse; fit enim deterior qui accipit atque ad idem semper expectandum paratior. Paragrafo 54 Hoc ille filio sed praeceptum putemus omnibus. Quam ob rem id quidem non dubium est quin illa benignitas quae constet ex opera et industria et honestior sit et latius pateat et possit prodesse pluribus. Non numquam tamen est largiendum nec hoc benignitatis genus omnino repudiandum est et saepe idoneis hominibus indigentibus de re familiari impertiendum sed diligenter atque moderate. Multi enim patrimonia effuderunt inconsulte largiendo. Quid autem est stultius quam. quod libenter facias curare ut id diutius facere non possis? Atque etiam sequuntur largitionem rapinae. Cum enim dando egere coeperunt alienis bonis manus afferre coguntur. Ita cum benivolentiae comparandae causa benefici esse velint non tanta studia assequuntur eorum quibus dederunt quanta odia eorum quibus ademerunt. Paragrafo 55 Quam ob rem nec ita claudenda res est familiaris ut eam benignitas aperire non possit nec ita reseranda ut pateat omnibus; modus adhibeatur isque referatur ad facultates. Omnino meminisse debemus id quod a nostris hominibus saepissime usurpatum iam in proverbii consuetudinem venit largitionem fundum non habere. Etenim quis potest modus esse cum et idem qui consueverunt et idem illud alii desiderent. Omnino duo sunt genera largorum quorum alteri prodigi alteri liberales; prodigi qui epulis et viscerationibus et gladiatorum muneribus ludorum venationumque apparatu pecunias profundunt in eas res quarum memoriam aut brevem aut nullam omnino sint relicturi liberales autem qui suis facultatibus aut captos a praedonibus redimunt aut aes alienum suscipiunt amicorum aut in filiarum collocatione adiuvant aut opitulantur vel in re quaerenda vel augenda.

Traduzione Italiana

Paragrafo 51 Si deve anche diligentemente osservare questo precetto morale, di non chiamar mai in giudizio capitale un innocente: questa azione non può mai esser compiuta senza un'intenzione colpevole. Che cos'è tanto inumano quanto il rivolgere l'eloquenza, data dalla natura per la salvezza degli uomini e per la loro protezione, alla rovina e al danno delle persone oneste? E, come si deve evitare una tale macchia, ugualmente non dobbiamo farci scrupolo di difendere qualche volta un colpevole, purché non sia uno scellerato ed un empio: lo vuole il popolo, lo ammette la consuetudine e lo sollecita anche il sentimento d'umanità. Il giudice deve seguire sempre il vero nelle cause, 1'avvocato talvolta difendere anche il verosimile, pur se è meno vero. Non l'avrei osato scrivere, soprattutto trattando di argomenti filosofici, se non fosse identica l'opinione di Panezio, il più serio degli Stoici. Ma soprattutto le difese procurano gloria e gratitudine, e tanto maggiore, se talora accada di venire in aiuto di qualcuno, che sembra essere assediato ed oppresso dalle ricchezze di un potente, come feci io e molte altre volte e ancora adolescente contro la potenza di Lucio Silla in difesa di Sesto Roscio Amerino; questa orazione, come sai, resta tutt'ora. Paragrafo 52 Ma, esposti i doveri dei giovani che servono a conseguire la gloria, si deve poi parlare della beneficenza e della generosità. Ne esistono due tipi: o si reca sollievo ai bisognosi con qualche azione o col denaro. E' più facile quest'ultima cosa, soprattutto per un uomo ricco, ma la prima è più nobile, più splendida, più degna di un uomo forte ed illustre. Benché in entrambe vi sia la volontà generosa di far del bene, tuttavia l'una azione scaturisce da uno scrigno, l'altra dalla virtù; inoltre l'elargire mettendo mano al patrimonio familiare esaurisce la fonte stessa della beneficenza. Cosi la beneficenza sopprime la beneficenza stessa: quanto più tu ne fai, tanto meno te ne puoi servire nei confronti di molte persone. Paragrafo 53 Coloro che, invece, saranno generosi con l'opera, cioè con la virtù e lo zelo, quante più persone avranno beneficato, tanto più troveranno collaboratori nel far del bene; inoltre per l'abitudine di beneficare saranno più preparati e quasi più esercitati a legare a sé molti coi benefici. Con parole assai elette Filippo, in una lettera, accusa il figlio Alessandro di volersi procurare la benevolenza dei Macedoni con i donativi: "Quale calcolo, diamine, ti indusse a tale speranza, sì da farti credere che ti saranno fedeli quelli che tu hai corrotto col denaro? Oppure agisci in modo che i Macedoni sperino di avere in te non il loro re, ma il loro dispensiere e fornitore? " Disse bene " dispensiere e fornitore ", perché è vergognoso per un re; meglio ancora il fatto di aver definito corruzione il donativo: infatti colui che lo accetta diventa peggiore ed anche più pronto ad aspettarsela sempre. Paragrafo 54 Questo dice Filippo al figlio, ma noi dobbiamo giudicarlo un consiglio valido per tutti. Perciò non c'è dubbio che quella beneficenza che consta dell'opera e dello zelo è più onesta e si estende più ampiamente e può giovare a più persone. Tuttavia talvolta si devono fare delle elargizioni e questo genere di beneficenza non si deve del tutto evitare, e spesso bisogna far parte delle proprie sostanze a persone bisognose e meritevoli, pur con diligenza e moderazione. Molti hanno dilapidato i loro patrimoni col donare sconsideratamente. Che cosa c'è di più stolto del fare di tutto per non poter compiere più a lungo ciò che si farebbe volentieri? E le estorsioni tengono dietro alle elargizíoni; quando a forza di dare si incomincia ad aver bisogno, si è costretti a porre mano ai beni altrui. Così, pur volendo esser benefici per procacciarsi la benevolenza, non si ottiene tanto l'affetto di quelli ai quali si è elargito, quanto l'odio di quelli ai quali si è tolto. Paragrafo 55 erciò non bisogna, certo, chiudere a chiave il proprio patrimonio, si che non lo possa aprire la beneficenza, né deve essere tanto dischiuso da divenire accessibile a tutti; si adotti una misura, che sia proporzionata alle proprie possibilità economiche. Dobbiamo senza dubbio ricordarci di ciò che, ripetuto assai spesso dai nostri uomini, è en trato ormai nell'uso proverbiale: " il donare non ha fondo ". Infatti quale misura potrebbe esserci, quando quelli che vi sono abituati ed altri ancora desiderano la stessa cosa? Vi sono, in genere, due classi di donatori, i prodighi ed i generosi. I prodighi elargiscono il loro denaro in banchetti, distribuzioni di carne e giuochi di gladiatori, nell'allestimento di spettacoli di caccia, in tutti quei divertimenti che lasceranno un breve ricordo o addirittura nessun ricordo; invece i generosi riscattano coi loro mezzi finanziari i prigionieri dai briganti o si accollano i debiti degli amici o li aiutano nel sistemare le figlie o danno loro delle sovvenzioni per acquistare un patrimonio o aumentarlo.