Versione di Cicerone

Libro 3, Par. da 106 a 110

Traduzione della Versione "Libro 3, Par. da 106 a 110" di Cicerone

Testo Originale Latino

Paragrafo 106 Itaque nervosius qui ista disserunt solum audent malum dicere id quod turpe sit qui autem remissius ii tamen non dubitant summum malum dicere. Nam illud quidem "Neque dedi neque do infideli cuiquam" idcirco recte a poeta quia cum tractaretur Atreus personae serviendum fuit. Sed si hoc sibi sument nullam esse fidem quae infideli data sit videant ne quaeratur latebra periurio. Paragrafo 107 Est autem ius etiam bellicum fidesque iuris iurandi saepe cum hoste servanda. Quod enim ita iuratum est ut mens conciperet fieri oportere id servandum est; quod aliter id si non fecerit nullum est periurium. Ut si praedonibus pactum pro capite pretium non attuleris nulla fraus est ne si iuratus quidem id non feceris. Nam pirata non est ex perduellium numero definitus sed communis hostis omnium; cum hoc nec fides debet nec ius iurandum esse commune. Paragrafo 108 Non enim falsum iurare periurare est sed quod ex animi tvi sententia iuraris sicut verbis concipitur more nostro id non facere periurium est. Scite enim Euripides: "Iuravi lingua mentem iniuratam gero". Regulus vero non debuit condiciones pactionesque bellicas et hostiles perturbare periurio. Cum iusto enim et legitimo hoste res gerebatur adversus quem et totum ius fetiale et multa sunt iura communia. Quod ni ita esset numquam claros viros senatus vinctos hostibus dedidisset. Paragrafo 109 At vero T. Veturius et Sp. Postumius cum iterum consules essent quia cum male pugnatum apud Caudium esset legionibus nostris sub iugum missis pacem cum Samnitibus fecerant dediti sunt iis iniussu enim populi senatusque fecerant. Eodemque tempore Ti. Numicius Q. Maelius qui tum tribuni pl. erant quod eorum auctoritate pax erat facta dediti sunt ut pax Samnitium repudiaretur. Atque huius deditionis ipse Postumius qui dedebatur suasor et auctor fuit. Quod idem multis annis post C. Mancinus qui ut Numantinis quibuscum sine senatus auctoritate foedus fecerat dederetur rogationem suasit eam quam L. Furius Sex. Atilius ex senatus consulto ferebant; qua accepta est hostibus deditus. Honestius hic quam Q. Pompeius quo cum in eadem causa esset deprecante accepta lex non est. Hic ea quae videbatur utilitas plus valuit quam honestas apud superiores utilitatis species falsa ab honestatis auctoritate superata est. Paragrafo 110 At non debuit ratum esse quod erat actum per vim. Quasi vero forti viro vis possit adhiberi. Cur igitur ad senatum proficiscebatur cum praesertim de captivis dissuasurus esset? Quod maximum in eo est id reprehenditis. Non enim suo iudicio stetit sed suscepit causam ut esset iudicium senatus; cui nisi ipse auctor fuisset captivi profecto Poenis redditi essent. Ita incolumis in patria Regulus restitisset. Quod quia patriae non utile putavit idcirco sibi honestum et sentire illa et pati credidit. Nam quod aiunt quod valde utile sit id fieri honestum immo vero esse non fieri. Est enim nihil utile quod idem non honestum nec quia utile honestum sed quia honestum utile. Quare ex multis mirabilibus exemplis haud facile quis dixerit hoc exemplo aut laudabilius aut praestantius.

Traduzione Italiana

Paragrafo 106 Quelli che trattano questo argomento con maggior vigore, hanno il coraggio di dire che è unico male ciò che è vergognoso, mentre quanti ne discutono con maggiore accondiscendenza non esitano, tuttavia, a chiamarlo sommo male. Per quel che riguarda le parole 'Non l'ho data né la do ad alcuno sleale' esse sono state scritte giustamente dal poeta, perché, rappresentandosi il personaggio di Atreo, bisognava tenersi strettamente legati ad esso. Ma se vorranno prenderle nel senso che non esiste fede data ad un uomo sleale, badino a non cercare un mezzo per occultare lo spergiuro. Paragrafo 107 [Anche il diritto di guerra e la fede nel giuramento debbono spesso essere osservati nei confronti dei nemico.] Tutto ciò che, difatti, è stato giurato con la piena consapevolezza della sua opportunità, deve esser mantenuto; quello che è stato giurato in maniera diversa, se non viene mantenuto non costituisce spergiuro. Per esempio, se non portassi ai predoni il prezzo pattuito per la tua vita, non c'è frode, neppure se non lo facessi dopo averlo giurato; il predone, difatti, non è compreso nel numero dei nemici di guerra, ma è nemico comune di tutti; con lui non deve esserci in comune alcuna fede né alcun giuramento. Paragrafo 108 Spergiurare, difatti, non significa giurare il falso, ma costituisce spergiuro il non mantenere quello che hai giurato 'secondo la tua coscienza', come dice un'espressione in uso presso di noi. Dice bene Euripide: 'Ho giurato con la lingua, ma la mia mente è libera da giuramenti.' Regolo, invero, non doveva sconvolgere con un falso giuramento le condizioni e i patti di guerra stipulati col nemico; si aveva a che fare, difatti, con un nemico giusto e legittimo, nei confronti del quale sono in vigore il diritto feziale e molte altre norme comuni. Se non fosse cosi, il senato non avrebbe mai consegnato in catene al nemico illustri cittadini. Paragrafo 109 Ma Tito Veturio e Spurio Postumio, consoli per la seconda volta, poiché, dopo l'infelice battaglia di Caudio e dopo che le nostre legioni furono mandate sotto il giogo, avevano stipulato la pace con i Sanniti, furono consegnati ad essi per aver agito senza l'approvazione del popolo e del senato. Contemporaneamente Tiberio Numicio e Quinto Melio, allora tribuni della plebe, siccome la pace era stata stipulata con la loro autorizzazione, furono consegnati affinché fosse annullata la pace coi Sanniti; lo stesso Postumio, che doveva venir consegnato, fu sostenitore e promotore di questa procedura. Lo stesso fece, molti anni dopo, Gaio Mancino, che, avendo stipulato un trattato coi Numantini senza l'autorizzazione del senato, sostenne la proposta presentata, per decreto del senato, da Lucio Furio e Sesto Attilio; approvata la proposta, egli fu consegnato ai nemici. Si comportò più onorevolmente lui di Quinto Pompeo che, trovandosi nella medesima situazione, supplicò in modo tale che la legge non fu accettata. In questo caso quella che sembrava utilità valse più dell'onestà, in quelli precedenti una falsa apparenza d'utilità fu superata dall'autorevolezza dell'onestà. Paragrafo 110 Ma non si doveva mantenere ciò che era stato estorto con la forza. Come se a un uomo forte si potesse fare violenza! Perché, dunque, partiva per il senato, tenuto conto, soprattutto, del fatto che aveva intenzione di sconsigliare la restituzione dei prigionieri? Voi biasimate proprio il suo merito maggiore: egli non si accontentò del suo giudizio, ma accettò l'incarico perché fosse il senato a decidere, e se non fosse stato lui a consigliare, certamente i prigio nieri sarebbero stati restituiti ai Cartaginesi. In tal caso Regolo restato incolume in patria; ma poiché non lo ritenne utile per la patria, proprio per questo giudicò onesto per sé esprimere il proprio parere e patirne le conseguenze. Riguardo, poi, all'affermazione che quanto molto utile diviene anche onesto, (si dovrebbe dire) anzi che lo è, non lo diventa: nulla, difatti, è utile se non è onesto, e non è onesto perché utile, ma utile perché onesto. Di conseguenza tra molti ammirevoli esempi difficilmente qualcuno potrebbe citarne uno più lodevole ed efficace di questo.