Versione di Cicerone

Libro 3, Par. da 91 a 95

Traduzione della Versione "Libro 3, Par. da 91 a 95" di Cicerone

Testo Originale Latino

Paragrafo 91 Quaerit etiam si sapiens adulterinos nummos acceperit imprudens pro bonis cum id nescierit soluturusne sit eos si cui debeat pro bonis. Diogenes ait Antipater negat cui potius assentior. Qui vinum fugiens vendat sciens debeatne dicere. Non necesse putat Diogenes Antipater viri boni existimat. Haec sunt quasi controversiae iura Stoicorum. In mancipio vendundo dicendane vitia non ea quae nisi dixeris redhibeatur mancipium iure civili sed haec mendacem esse aleatorem furacem ebriosum. Alteri dicenda videntur alteri non videntur. Paragrafo 92 Si quis aurum vendens orichalcum se putet vendere indicetne ei vir bonus aurum illud esse an emat denario quod sit mille denarium? Perspicuum est iam et quid mihi videatur et quae sit inter eos philosophos quos nominavi controversia. Pacta et promissa semperne servanda sint qvae nec vi nec dolo malo ut praetores solent facta sint. Si quis medicamentum cuipiam dederit ad aquam intercutem pepigeritque si eo medicamento sanus factus esset ne illo medicamento umquam postea uteretur si eo medicamento sanus factus sit et annis aliquot post inciderit in eundem morbum nec ab eo quicum pepigerat impetret ut iterum eo liceat uti quid faciendum sit. Cum sit is inhumanus qui non concedat nec ei quicquam fiat iniuriae vitae et saluti consulendum. Paragrafo 93 Quid? si qui sapiens rogatus sit ab eo qui eum heredem faciat cum ei testamento sestertium milies relinquatur ut antequam hereditatem adeat luce palam in foro saltet idque se facturum promiserit quod aliter heredem eum scripturus ille non esset faciat quod promiserit necne? Promisisse nollem et id arbitror fuisse gravitatis; quoniam promisit si saltare in foro turpe ducet honestius mentietur si ex hereditate nihil ceperit quam si ceperit nisi forte eam pecuniam in rei publicae magnum aliquod tempus contulerit ut vel saltare cum patriae consulturus sit turpe non sit. Paragrafo 94 Ac ne illa quidem promissa servanda sunt quae non sunt iis ipsis utilia quibus illa promiseris. Sol Phaetonti filio ut redeamus ad fabulas facturum se esse dixit quidquid optasset. Optavit ut in currum patris tolleretur; sublatus est; atque is ante quam constitit ictu fulminis deflagravit; quanto melius fuerat in hoc promissum patris non esse servatum. Quid? quod Theseus exegit promissum a Neptuno? Cui cum tres optationes Neptunus dedisset optavit interitum Hippolyti filii cum is patri suspectus esset de noverca; quo optato impetrato Theseus in maximis fuit luctibus. Paragrafo 95 Quid? quod Agamemnon cum devovisset Dianae quod in suo regno pulcherrimum natum esset illo anno immolavit Iphigeniam qua nihil erat eo quidem anno natum pulchrius. Promissum potius non faciendum quam tam taetrum facinus admittendum fuit. Ergo et promissa non facienda nonnumquam neque semper deposita reddenda. Si gladium quis apud te sana mente deposuerit repetat insaniens reddere peccatum sit officium non reddere. Quid? si is qui apud te pecuniam deposuerit bellum inferat patriae reddasne depositum? Non credo facies enim contra rem publicam quae debet esse carissima. Sic multa quae honesta natura videntur esse temporibus fiunt non honesta. Facere promissa stare conventis reddere deposita commutata utilitate fiunt non honesta. Ac de iis quidem quae videntur esse utilitates contra iustitiam simulatione prudentiae satis arbitror dictum.

Traduzione Italiana

Paragrafo 91 Si chiede anche questo: se un saggio ha ricevuto senza accorgersene monete false per buone, quando verrà a saperlo potrà darle in pagamento come buone, a qualche debitore? Diogene dice di sì, Antipatro di no, ed io sono d'accordo piuttosto con quest'ultimo. "Se uno vendesse, sapendolo, vino che sta per inacidire, dovrebbe dirlo?" Diogene non lo reputa necessario, Antipatro lo ritiene compito di un galantuomo. Queste sono, per così dire, questioni giuridiche controverse per gli Stoici. "Nella vendita di uno schiavo è necessario dichiararne i difetti, non quelli che, taciuti, provocherebbero, secondo il codice civile, la restituzione dello schiavo, ma questi altri, l'essere menzognero, giuocatore, facile ai furti, ubriacone?" Alcuni ritengono che sia necessario dichiararli, altri no. Paragrafo 92 "Se uno vendendo oro, credesse di vendere ottone, il galantuomo dovrebbe avvertirlo che si tratta di oro o dovrebbe acquistare per un denaro ciò che ne vale mille?" E' chiaro, ormai, quale sia la mia opinione e quale la controversia tra i suddetti filosofi. Ci si chiede se debbano essere sempre mantenuti i patti e le promesse che, secondo la formula dei pretori, "non siano stati fatti né con la violenza né con la frode". Se qualcuno avesse dato ad un altro una farmaco per l'idropisia, ed avesse pattuito che costui, guarendo per mezzo di quel farmaco, non ne avrebbe più fatto uso in seguito, nel caso che fosse sopravvenuta la guarigione per merito di quel farmaco, e a distanza di qualche anno fosse nuovamente ricaduto nella stessa malattia, senza poter ottenere da colui, col quale aveva stipulato il patto, il permesso d'usare nuovamente la stessa medicina, che si dovrebbe fare? Poiché è inumano colui che non lo concede e non subisce alcuna ingiustizia, bisogna che si provveda alla vita e alla salute. Paragrafo 93 che? Se un sapiente fosse richiesto da uno che volesse nominarlo erede, lasciandogli per testamento cento milioni di sesterzi, di danzare pubblicamente nel foro in pieno giorno, prima di prendere possesso dell'eredità, e il sapiente avesse promesso di farlo perché, in caso contrario, quel tale non lo nominerebbe erede nel testamento, dovrebbe mantenere la sua promessa o no? Preferirei che non avesse fatto una simile promessa e penso che ciò sarebbe stato indizio di serietà; ma dal momento che ha promesso, se riterrà vergognoso danzare, sarà più onesta la menzogna non prendendo niente dall'eredità che prendendola, a meno che non voglia destinare quel denaro a qualche grave necessità dello Stato, di modo che non sia turpe neppure danzare, per venire in aiuto della patria. Paragrafo 94 Ma non devono esser mantenute neppure quelle promesse che non sono di utilità a coloro ai quali sono state fatte. Per ritornare ai miti, il Sole disse al figlio Fetonte che avrebbe esaudito qualunque suo desiderio; egli volle salire sul cocchio del padre; vi fu fatto salire. Ma prima di mettersi a sedere fu colpito e bruciato da un fulmine. Quanto sarebbe stato meglio che in questo caso non fosse stata mantenuta la promessa paterna! E che dire della promessa che Teseo pretese da Nettuno? Avendogli Nettuno concesso tre desideri, chiese la morte del figlio Ippolito, poiché questi era stato sospettato dal padre di illecita relazione con la matrigna; ottenuto l'adempimento di questo desiderio, Teseo piombò nel maggiore dei lutti. Paragrafo 95 E che dire di Agamennone? Avendo offerto in voto a Diana quello che di più bello fosse nato nel suo regno in quell'anno, immolò Ifigenia, della quale, almeno in quell'anno, niente era nato di più bello; avrebbe dovuto fare a meno dì promettere, anziché commettere un delitto così infame. Non sempre, dunque, bisogna promettere e non sempre bisogna restituire ciò che si è avuto in deposito. Se uno sano di mente avesse depositato presso di te una spada e, divenuto folle, te la richiedesse, sarebbe una colpa il restituirla, dovere il non restituirla. E che? Se uno, che avesse depositato del denaro presso dì te, muovesse guerra alla patria, dovresti restituirgli la somma depositata? Credo di no, perché agiresti contro lo Stato, che deve starti a cuore più d'ogni cosa. Così molte azioni, che sembrerebbero oneste per natura, diventano in particolari circostanze disoneste: mantenere le promesse, attenersi ai patti, restituire i depositi, cambiate le utilità diventano azioni disoneste. Ed anche di quelle azioni che, per una finzione di prudenza, sembrano essere utili, pur contrastando la giustizia, credo di aver parlato a sufficienza.