Versione di Cornelio Nepote

Paragrafo 5

Traduzione della Versione "Paragrafo 5" di Cornelio Nepote

Testo Originale Latino

Haec dam apud Hellespontum geruntur Perdiccas apud Nilum flumen interficitur a Seleuco et Antigene rerumque summa ad Antipatrum defertur. Hic qui deseruerant exercitu suffragium ferente capitis absentes damnantur in his Eumenes. Hae ille perculsus plaga non succubuit neque eo setius bellum administravit. Sed exiles res animi magnitudinem etsi non frangebant tamen minuebant. Hunc persequens Antigonus dum omni genere copiarum abundaret saepe in itineribus vexabatur neque umquam ad manum accedere licebat nisi iis locis quibus pauci multis possent resistere. Sed extremo tempore cum consilio capi non posset multitudine circumitus est. Hinc tamen multis suis amissis se expedivit et in castellum Phrygiae quod Nora appellatur confugit. In quo cum circumsederetur et vereretur ne uno loco manens equos militares perderet quod spatium non esset agitandi callidum fuit eius inventum quemadmodum stans iumentum concalfieri exercerique posset quo libentius et cibo uteretur et a corporis motu non removeretur. Substringebat caput loro altius quam ut prioribus pedibus plene terram posset attingere; deinde post verberibus cogebat exsultare et calces remittere. Qui motus non minus sudorem excutiebat quam si in spatio decurreret. Quo factum est quod omnibus mirabile est visum ut aeque iumenta nitida ex castello educeret cum complures menses in obsidione fuisset ac si in campestribus ea locis habuisset. In hac conclusione quotienscumque voluit apparatum et munitiones Antigoni alias incendit alias disiecit. Tenuit autem se uno loco quamdiu hiems fuit quod castra sub divo habere non poterat. Ver appropinquabat: simulata deditione dum de condicionibus tractat praefectis Antigoni imposuit seque ac suos omnes extraxit incolumis.

Traduzione Italiana

Mentre sull'Ellesponto si svolgono tali fatti, Perdicca viene ucciso presso il fiume Nilo da Selèuco ed Antigene ed il potere supremo viene trasferito ad Antípatro. A questo punto si fece una votazione tra Vesercito e quelli che si erano staccati da Antipatro furono condannati a morte in contumacia, tra essi Eumene. Egli sebbene scosso da questo colpo, non si arrese né tantomeno rinunziò a condurre la guerra. Ma la scarsità dei mezzi anche se non spezzava il suo forte animo, tuttavia lo indeboliva. Antigono gli dava la caccia, ma pur disponendo in abbondanza di ogni sorta di milizie spesso era da lui molestato nelle sue marce e non gli era mai possibile di venire alle mani, se non in quei luoghi in cui pochi potessero tener testa a molti. Ma alla fine, non potendo essere preso con l'arte, fu accerchiato dalla moltitudine dei soldati. Pur con molte perdite riuscì tuttavia a liberarsi, e si rifugiò in una fortezza della Frigia, chiamata Nora. In questa era assediato e temeva, rimanendo in un medesimo luogo, di rovinare i cavalli da guerra perché non c'era spazio per esercitarli. Escogitò allora un sistema ingegnoso per cui pur in piedi ed al suo posto il cavallo potesse scaldarsi ed esercitarsi, nonché mangiare più volentieri senza che fosse impedito nei suoi movimenti. Ne legava la testa con una cinghia più in alto di quanto occorresse per poter poggiare pienamente a terra con le zampe anteriori, poi con frustate sul groppone lo costringeva a saltare e tirar calci; questo movimento provocava non meno sudore che se corresse all'aperto. E così avvenne che, e la cosa meravigliò tutti, pur rimasto assediato per parecchi mesi, portò fuori dalla fortezza dei cavalli splendidi, come se li avesse tenuti in aperta campagna. Durante l'assedio, ogni volta che lo volle, ora incendiò le macchine belliche e le fortificazioni di Antigono, ora le distrusse. Si mantenne tuttavia per tutta la durata dell'inverno nello stesso luogo, perché non poteva tenere l'accampamento a cielo aperto. Si avvicinava la primavera: fingendo di arrendersi, mentre ne trattava le condizioni, ingannò gli ufficiali di Antigono e trasse fuori incolumi sé e tutti i suoi.