Versione di Sallustio

Paragrafo 92

Traduzione della Versione "Paragrafo 92" di Sallustio

Testo Originale Latino

Postquam tantam rem Marius sine ullo suorum incommodo peregit magnus et clarus antea maior atque clarior haberi coepit. Omnia non bene consulta in virtutem trahebantur: milites modesto imperio habiti simul et locupletes ad caelum ferre; Numidae magis quam mortalem timere; postremo omnes socii atque hostes credere illi aut mentem divinam esse aut deorum nutu cuncta portendi. Sed consul ubi ea res bene evenit ad alia oppida pergit pauca repugnantibus Numidis capit plura deserta propter Capsensium miserias igni corrumpit: luctu atque caede omnia complentur. Denique multis locis potitus ac plerisque exercitu incruento aliam rem aggreditur non eadem asperitate qua Capsensium ceterum haud secus difficilem. Namque haud longe a flumine Muluccha quod Iugurthae Bocchique regnum diiungebat erat inter ceteram planitiem mons saxeus mediocri castello satis patens in immensum editus uno perangusto aditu relicto; nam omnis natura uelut opere atque consulto praeceps. Quem locum Marius quod ibi regis thesauri erant summa vi capere intendit. Sed ea res forte quam consilio melius gesta. Nam castello virorum atque armorum satis et magna vis [et] frumenti et fons aquae; aggeribus turribusque et aliis machinationibus locus importunus; iter castellanorum angustum admodum utrimque praecisum. Ea vineae cum ingenti periculo frustra agebantur; nam cum eae paulo processerant igni aut lapidibus corrumpebantur. milites neque pro opere consistere propter iniquitatem loci neque inter vineas sine periculo administrare: optimus quisque cadere aut sauciari ceteris metus augeri.

Traduzione Italiana

Mario, già prima grande e famoso, dopo aver compiuto un'impresa così difficile, senza alcuna perdita fra i suoi, cominciò a essere considerato ancora più grande e illustre. Tutte le sue imprese, anche se avventate, passavano per atti di valore. I soldati, sottoposti a una mite disciplina e al tempo stesso arricchiti, lo portavano alle stelle; i Numidi lo temevano come un essere sovrumano. Tutti, infine, alleati e nemici, lo credevano dotato di un'intelligenza divina o ispirato, in ogni sua azione, dal volere degli dèi. Il console, dopo questo successo, si dirige verso altre città. Di queste, poche le prende nonostante la resistenza dei Numidi, ma la maggior parte le trova deserte in séguito alla misera fine dei Capsesi e le dà alle fiamme. Tutta la Numidia si riempie di lutti e di stragi. Infine, dopo essersi impadronito di molti centri e nella maggior parte dei casi senza aver subito perdite, tenta un'altra impresa, che non presentava le medesime difficoltà di quelle di Capsa, ma non per questo era meno impegnativa. Non lontano dal fiume Mulucca, che separava il regno di Giugurta da quello di Bocco, si ergeva sulla pianura circostante un altissimo picco roccioso, sufficientemente ampio per ospitare una fortezza di medie proporzioni. L'unico accesso era costituito da uno strettissimo sentiero, perché da tutte le parti la montagna era per natura scoscesa, come se fosse stata tagliata ad arte dall'uomo. Mario tentò di impadronirsi di quella posizione ad ogni costo, dato che vi erano conservati i tesori del re. Ma l'impresa riuscì più per caso che per un piano appositamente studiato. La fortezza, infatti, era ben provvista di uomini e di armi, di un'abbondante scorta di grano e di una sorgente d'acqua; la sua posizione non consentiva la costruzione di terrapieni e neppure l'uso di torri o di altre macchine da guerra; il sentiero che portava al castello era molto stretto e scosceso da entrambe le parti. Le vinee vi erano spinte con grande pericolo e senza risultato, perché, non appena avanzavano un poco, venivano distrutte dal fuoco e dalle pietre. Per la pendenza del terreno i soldati non riuscivano a mantenersi in equilibrio davanti alle opere di assedio e non erano in grado di manovrare tra le vinee senza correre gravi pericoli. I più valorosi venivano uccisi o feriti, gli altri si scoraggiavano sempre di più.