Versione di Seneca

Epistulae ad Lucilium, 1, 12, 1-5

Traduzione della Versione "Epistulae ad Lucilium, 1, 12, 1-5" di Seneca

Testo Originale Latino

Veneram in suburbanum meum et querebar de inpensis aedificii dilabentis. Ait vilicus mihi non esse neglegentiae suae vitium: omnia se facere, sed villam veterem esse. Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt aetatis meae saxa? Iratus illi, proximam occasionem stomachandi arripio: "Apparet" inquam "has platanos neglegi: nullas habent frondes. Quam nodosi sunt et retorridi rami, quam tristes et squalidi trunci! Hoc non accideret si quis has circumfoderet, si inrigaret." Iurat per genium meum se omnia facere, in nulla re cessare curam suam, sed illas vetulas esse. Conversus ad ianuam "Quis est iste," inquam "iste decrepitus? Unde istunc nanctus es? Quid te delectavit alienum mortuum tollere?" At ille "Non cognoscis me?" inquit: "Ego sum Felicio, cui solebas sigillaria adferre; ego sum Philositi vilici filius, deliciolum tuum". "Perfecte" inquam "iste delirat: pupulus, etiam delicium meum factus est? Prorsus potest fieri, dentes illi cum maxime cadunt!" Debeo hoc suburbano meo, quod mihi senectus mea quocumque adverteram apparuit.

Traduzione Italiana

Dovunque mi volti, vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nel mio podere di campagna e mi lamentavo per le spese dell’ edificio fatiscente. Il fattore mi dice che non è colpa della sua negligenza: egli fa di tutto, ma la casa è vecchia. Questa villa è cresciuta fra le mie mani: che sarà di me, se i massi che hanno la mia età sono così marci? Adirato con lui, colgo la prima occasione per sfogarmi: "È evidente - dico - che questi platani sono trascurati: non hanno foglie. Come sono nodosi e secchi i rami, come sono spogli e aridi i tronchi. Questo non succederebbe se qualcuno ci zappasse intorno, se li innaffiasse." Egli (il fattore) giura sul mio genio protettore che fa di tutto, che la sua cura non viene meno sotto nessun aspetto, ma che quegli alberi sono ormai vecchi. Rivoltomi verso la porta esclamo: "Chi è costui, questo vecchio decrepito? Dove sei andato a trovarlo? Che gusto ci hai trovato nel prendere un cadavere altrui?" Ma lui: "Non mi riconosci? - dice - Io sono Felicione, al quale solevi regalare le bamboline (in argilla); io sono il figlio del contadino Filosito, il tuo preferito." "Costui delira senza dubbio: - dico (io) - è diventato un ragazzetto, addirittura il mio preferito? Può darsi senz’altro: proprio adesso gli stanno cadendo i denti". Devo questa cosa alla mia villa di campagna: che la mia vecchiaia mi è apparsa (evidente) dovunque mi voltassi. Accogliamola e amiamola: può procurare grandi piaceri, se sappiamo farne buon uso. I frutti di fine stagione sono i più graditi; la fanciullezza è bellissima quando sta per finire; chi è dedito al bere gusta soprattutto l'ultimo bicchiere, quello che stordisce, che dà all'ebbrezza il tocco finale. Di ogni piacere, il meglio è alla fine. È dolcissima l'età avanzata, ma non ancora sull'orlo della tomba, e anche il periodo agli sgoccioli della vita ha, secondo me, i suoi piaceri; o, almeno, a essi subentra il non sentirne più il bisogno. Come è dolce aver estenuato e abbandonato le passioni.