Versione di Seneca

Morte di Catone Uticense

Traduzione della Versione "Morte di Catone Uticense" di Seneca

Testo Originale Latino

Quidni ego narrem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, ut cumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit, ne cui Catonem aut occidere liceret, aut servare contingeret. Et stricto gladio, quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat: "Nihil - inquit - egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia, ut liber, sed ut inter liberos viverem; nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum". Impressit deinde mortiferum corpori vulnus.

Traduzione Italiana

Perché non dovrei raccontare (lett. racconterei) che egli in quella notte leggeva un libro di Platone con la spada accanto al capo? Nell’ ultimo momento egli si era procurato questi due strumenti: uno per voler morire, l’altro per potere (morire). Sistemata quindi la situazione (lett. sistemate le cose), come poteva essere una situazione estrema e incontrastabile, pensò di dover agire così, affinché a nessuno o fosse lecito uccidere Catone o (affinché nessuno) toccasse di salvarlo. E impugnata la spada che fino a quel giorno aveva mantenuta incontaminata da ogni delitto:”Niente “disse” hai ottenuto, o Fortuna, ostacolando tutti i miei tentativi. Io ho combattuto fino ad adesso non per la mia ma per la libertà della patria, né agivo con tanta forza d'animo per vivere libero ma per vivere tra uomini liberi; ora poiché le sorti degli umani sono senza speranza, Catone sia portato in luogo sicuro”. Si inflisse quindi una ferita mortale sul corpo.