Versione di Svetonio

Paragrafi da 61 a 65

Traduzione della Versione "Paragrafi da 61 a 65" di Svetonio

Testo Originale Latino

Paragrafo 61 Quoniam qualis in imperiis ac magistratibus regendaque per terrarum orbem pace belloque re p. fuerit exposui referam nunc interiorem ac familiarem eius vitam quibusque moribus atque fortuna domi et inter suos egerit a iuventa usque ad supremum vitae diem. Matrem amisit in primo consulatu sororem Octaviam quinquagensimum et quartum agens aetatis annum. Utrique cum praecipua officia vivae praestitisset etiam defunctae honores maximos tribuit. Paragrafo 62 Sponsam habuerat adulescens P. Servili ISaurici filiam sed reconciliatus post primam discordiam Antonio expostulantibus utriusque militibus ut et necessitudine aliqua iungerentur privignam eius Claudiam Fulviae ex P. Clodio filiam duxit uxorem vixdum nubilem ac simultate cum Fulvia socru orta dimisit intactam adhuc et virginem. Mox Scriboniam in matrimonium accepit nuptam ante duobus consularibus ex altero etiam matrem. Cum hac quoque divortium fecit "pertaesus" ut scribit "morum perversitatem eius" ac statim Liviam Drusillam matrimonio Tiberi Neronis et quidem praegnantem abduxit dilexitque et probavit unice ac perseveranter. Paragrafo 63 Ex Scribonia Iuliam ex Livia nihil liberorum tulit cum maxime cuperet. Infans qui conceptus erat immaturus est editus. Iuliam primum Marcello Octaviae sororis suae filio tantum quod pueritiam egresso deinde ut is obiit M. Agrippae nuptum dedit exorata sorore ut sibi genero cederet; nam tunc Agrippa alteram Marcellarum habebat et ex ea liberos. Hoc quoque defuncto multis ac diu etiam ex equestri ordine circumspectis condicionibus Tiberium privignum suum elegit coegitque praegnantem uxorem et ex qua iam pater erat dimittere. M. Antonius scribit primum eum Antonio filio suo despondisse Iuliam dein Cotisoni Getarum regi quo tempore sibi quoque in vicem filiam regis in matri monium petisset. Paragrafo 64 Nepotes ex Agrippa et Iulia tres habuit C. et L. et Agrippam neptes duas Iuliam et Agrip pinam. Iuliam L. Paulo censoris filio Agrippinam Germanico sororis suae nepoti collocavit. Gaium et L. adoptavit domi per assem et libram emptos a patre Agrippa tenerosque adhuc ad curam rei p. admovit et consules designatos circum provincias exercitusque dimisit. Filiam et neptes ita instituit ut etiam lanificio assuefaceret vetaretque loqui aut agere quicquam nisi propalam et quod in diurnos commentarios referretur; extraneorum quidem coetu adeo prohibuit ut L. Vinicio claro decoroque iuveni scripserit quondam parum modeste fecisse eum quod filiam suam Baias salutatum venisset. Nepotes et litteras et natare aliaque rudimenta per se plerum que docuit ac nihil aeque elaboravit quam ut imitarentur chirographum suum; neque cenavit una nisi ut in imo lecto assiderent neque iter fecit nisi ut vehiculo anteirent aut circa adequitarent. Paragrafo 65 Sed laetum eum atque fidentem et subole et disciplina domus Fortuna destituit. Iulias filiam et neptem omnibus probris contaminatas relegavit; G. et L. in duodeviginti mensium spatio amisit ambos Gaio in Lycia Lucio Massiliae defunctis. Tertium nepotem Agrippam simulque privignum Tiberium adoptavit in foro lege curiata; ex quibus Agrippam brevi ob ingenium sordidum ac ferox abdicavit seposuitque Surrentum. Aliquanto autem patientius mortem quam dedecora suorum tulit. Nam C. Lucique casu non adeo fractus de filia absens ac libello per quaestorem recitato notum senatui fecit abstinuitque congressu hominum diu prae pudore etiam de necanda deliberavit. Certe cum sub idem tempus una ex consciis liberta Phoebe suspendio vitam finisset maluisse se ait Phoebes patrem fuisse. Relegatae usum vini omnemque delicatiorem cultum ademit neque adiri a quoquam libero servove nisi se consulto permisit et ita ut certior fieret qua is aetate qua statura quo colore esset etiam quibus corporis notis vel cicatricibus. Post quinquennium demum ex insula in continentem lenioribusque paulo condicionibus transtulit eam. Nam ut omnino revocaret exorari nullo modo potuit deprecanti saepe p. R. et pertinacius instanti tales filias talesque coniuges pro contione inprecatus. Ex nepte Iulia post damnationem editum infantem adgnosci alique vetuit. Agrippam nihilo tractabiliorem immo in dies amentiorem in insulam transportavit saepsitque insuper custodia militum. Cavit etiam s. c. ut eodem loci in perpetullm contineretur. Atque ad omnem et eius et Iuliarum mentionem ingemiscens proclamare etiam solebat: aith ophelon agamos t'emeni agonos t'apolesthai. nec aliter eos appellare quam tris vomicas ac tria carcinomata sua.

Traduzione Italiana

Paragrafo 61 Poiché ho esposto come Augusto fu nei suoi comandi, nelle sue magistrature, nell'amministrazione degli affari pubblici in tutto il mondo, in pace e in guerra, ora descriverò la sua vita privata e familiare e quale furono le sue abitudini e la sua sorte, nella sua casa e tra i suoi parenti, dalla giovinezza fino all'ultimo giorno della sua vita. Perse la madre durante il suo primo consolato, la sorella Ottavia durante il suo cinquantaquattresimo anno. Dopo aver reso loro i più sentiti omaggi, quando erano ancora vive, tributò loro, anche da morte, i più grandi onori. Paragrafo 62 Durante l’adolescenza aveva avuto come fidanzata la figlia di P. Servilio Isaurico, ma, riconciliatosi con Antonio, dopo il primo disaccordo, poiché le armate di entrambi chiedevano insistentemente che si unissero anche con un vincolo di parentela, sposò Claudia, figliastra di Antonio e figlia di Fulvia e di Clodio, anche se appena in età da marito; poi, verificatosi un contrasto con la suocera Fulvia, la rimandò a casa sua illibata e ancora vergine. Subito dopo si unì in matrimonio con Scribonia, che era già stata moglie di due ex consoli, da uno dei quali aveva anche avuto figli. Divorziò anche da lei, disgustato, come scrive egli stesso, dalla depravazione dei suoi costumi, e immediatamente strappò Livia Drusilla al matrimonio con Tiberio Nerone, benché fosse incinta, e l'amò e l’apprezzò particolarmente e costantemente. Paragrafo 63 Da Scribonia ebbe Giulia, da Livia nessun figlio, nonostante lo desiderasse moltissimo. Il bambino, che era stato concepito, nacque prematuramente. Fece sposare la figlia Giulia prima con Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, appena uscito dalla puerizia, poi, quando costui morì, con Marco Agrippa, dopo aver pregato sua sorella che gli cedesse il genero; infatti in quel tempo Agrippa era sposato con una delle due Marcelle, dalla quale aveva avuto figli. Morto anche questo, valutate a lungo le condizioni di molti partiti, anche dell'ordine equestre, scelse il figliastro Tiberio e lo costrinse a divorziare dalla moglie incinta, dalla quale già aveva avuto figli. M. Antonio in un suo scritto sostiene che dapprima Augusto aveva promesso Giulia a suo figlio Antonio, poi a Cotisone, re dei Geti, quando in cambio aveva chiesto per se stesso la mano della figlia di quel re. Paragrafo 64 Da Agrippa e Giulia ebbe tre nipoti, Gaio, Lucio e Agrippa e due nipoti, Giulia e Agrippina. Diede in moglie Giulia a L. Paolo, figlio del censore, e Agrippina a Germanico, nipote di sua sorella. Adottò Gaio e Lucio dopo averli comprati nella loro casa, con un asse e una libbra, dal padre Agrippa; poi, li fece avvicinare, ancora in tenera età, all'amministrazione dello Stato e una volta designati consoli li mandò nelle province e presso le armate. Educò la figlia e le nipoti con tanta severità da abituarle anche al lavoro della lana e da vietare loro di dire e fare qualcosa se non in pubblico, in modo che tutto ciò venisse riportato nei resoconti quotidiani. Per giunta proibì a tal punto ogni incontro con gli estranei che un giorno scrisse a L. Vinicio, giovane illustre ed onorevole, che aveva agito con poca moderazione, perché era venuto a Baia per salutare sua figlia. Personalmente, per lo più, insegnò alle nipoti a leggere, a scrivere e gli altri rudimenti essenziali e inoltre si adoperò esclusivamente perché imitassero la sua grafia. Non cenò mai insieme con loro se non facendole sedere ai piedi del suo letto e non si mise mai in viaggio se esse non lo precedevano su un carro o cavalcavano vicino a lui. Paragrafo 65 Ma la Sorte lo abbandonò mentre era allegro e confidava non solo di avere una progenie numerosa ma anche di possedere una casa ben disciplinata. Esiliò le due Giulie, la figlia e la nipote, colpevoli di ogni infamia; nell’arco di diciotto mesi perse Gaio e Lucio, dato che il primo morì in Licia, il secondo a Marsiglia. Adottò allora, nel Foro, in base alla legge curiata, il terzo nipote Agrippa e il figliastro Tiberio, ma ben presto, a causa dell’indole spregevole e superba di Agrippa, lo ripudiò e lo fece deportare a Sorrento. D’altra parte egli sopportò molto più coraggiosamente la morte dei suoi cari che il loro disonore. Infatti non fu prostrato oltre misura dalla morte di Gaio e di Lucio, ma quando si trattò della figlia, fece informare il Senato con una comunicazione letta da un questore, senza che lui fosse presente, poi per la vergogna a lungo si tenne lontano da ogni contatto con gli uomini e decise perfino di farla uccidere. In ogni caso, nello stesso periodo di tempo, quando venne a sapere che una delle complici di sua figlia, cioè la liberta Febe, aveva posto fine alla vita impiccandosi, disse che avrebbe preferito essere il padre di Febe. Alla figlia esiliata vietò l'uso del vino ed ogni forma di lusso e non permise a nessun uomo, libero o schiavo, di avvicinarla se non dopo avergli chiesto l’autorizzazione, in modo da poter conoscere l'età del visitatore, la taglia, il colore e perfino i segni particolari e le cicatrici. Alla fine, dopo cinque anni, dall'isola, la fece trasferire sul continente in condizioni un po’ più sopportabili. Ma in nessun modo poté lasciarsi vincere dalle preghiere a richiamarla presso di sé e mentre il popolo romano implorava la grazia continuamente e incalzava con viva insistenza, egli davanti all’assemblea gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Si rifiutò di riconoscere e di allevare il figlio che era stato messo al mondo dalla nipote Giulia dopo la sua condanna. Fece trasportare su un'isola Agrippa, per nulla più trattabile, anzi di giorno in giorno più fuori di sé, e lo fece circondare da una guardia di soldati. Mediante un decreto del Senato, dispose anche di farlo trattenere per sempre in quel luogo. Inoltre, quando si faceva menzione sia di Agrippa, sia delle due Giulie, gemendo era solito esclamare: «Oh, se fossi rimasto celibe e fossi morto senza discendenti!» e non li chiamava in altro modo che i suoi tre ascessi, i suoi tre cancri.