Versione di Svetonio

Paragrafi da 31 a 35

Traduzione della Versione "Paragrafi da 31 a 35" di Svetonio

Testo Originale Latino

Paragrafo 31 Cum ergo sublatam tribunorum intercessionem ipsosque urbe cessisse nuntiatum esset praemissis confestim clam cohortibus ne qua suspicio moueretur et spectaculo publico per dissimulationem interfuit et formam qua ludum gladiatorium erat aedificaturus considerauit et ex consuetudine conuiuio se frequenti dedit. dein post solis occasum mulis e proximo pistrino ad uehiculum iunctis occultissimum iter modico comitatu ingressus est; et cum luminibus extinctis decessisset uia diu errabundus tandem ad lucem duce reperto per angustissimos tramites pedibus euasit. consecutusque cohortis ad Rubiconem flumen qui prouinciae eius finis erat paulum constitit ac reputans quantum moliretur conuersus ad proximos: 'etiam nunc' inquit 'regredi possumus; quod si ponticulum transierimus omnia armis agenda erunt.' Paragrafo 33 Iacta alea est' inquit. atque ita traiecto exercitu adhibitis tribunis plebis qui pulsi superuenerant pro contione fidem militum flens ac ueste a pectore discissa inuocauit. existimatur etiam equestres census pollicitus singulis; quod accidit opinione falsa. nam cum in adloquendo adhortandoque saepius digitum laeuae manus ostentans adfirmaret se ad satis faciendum omnibus per quos dignitatem suam defensurus esset anulum quoque aequo animo detracturum sibi extrema contio cui facilius erat uidere contionantem quam audire pro dicto accepit quod uisu suspicabatur; promissumque ius anulorum cum milibus quadringenis fama distulit. Paragrafo 34 Ordo et summa rerum quas deinceps gessit sic se habent. Picenum Vmbriam Etruriam occupauit et Lucio Domitio qui per tumultum successor ei nominatus Corfinium praesidio tenebat in dicionem redacto atque dimisso secundum Superum mare Brundisium tetendit quo consules Pompeiusque confugerant quam primum transfretaturi. hos frustra per omnis moras exitu prohibere conatus Romam iter conuertit appellatisque de re publica patribus ualidissimas Pompei copias quae sub tribus legatis M. Petreio et L. Afranio et M. Varrone in Hispania erant inuasit professus ante inter suos ire se ad exercitum sine duce et inde reuersurum ad ducem sine exercitu. et quanquam obsidione Massiliae quae sibi in itinere portas clauserat summaque frumentariae rei penuria retardante breui tamen omnia subegit. Paragrafo 35 Hinc urbe repetita in Macedoniam transgressus Pompeium per quattuor paene menses maximis obsessum operibus ad extremum Pharsalico proelio fudit et fugientem Alexandriam persecutus ut occisum deprehendit cum Ptolemaeo rege a quo sibi quoque insidias tendi uidebat bellum sane difficillimum gessit neque loco neque tempore aequo sed hieme anni et intra moenia copiosissimi ac sollertissimi hostis inops ipse omnium rerum atque inparatus. regnum Aegypti uictor Cleopatrae fratrique eius minori permisit ueritus prouinciam facere ne quandoque uiolentiorem praesidem nacta nouarum rerum materia esset. ab Alexandria in Syriam et inde Pontum transiit urgentibus de Pharnace nuntiis quem Mithridatis Magni filium ac tunc occasione temporum bellantem iamque multiplici successu praeferocem intra quintum quam adfuerat diem quattuor quibus in conspectum uenit horis una profligauit acie; crebro commemorans Pompei felicitatem cui praecipua militiae laus de tam inbelli genere hostium contigisset. dehinc Scipionem ac Iubam reliquias partium in Africa refouentis deuicit Pompei liberos in Hispania.

Traduzione Italiana

Paragrafo 31 Dopo che dunque gli fu riferito che non si era tenuto conto dell'opposizione dei tribuni e che questi avevano abbandonato Roma, egli, dopo aver fatto andare avanti alcune coorti immediatamente e segretamente, per non destare sospetti, con finzione, fu presente ad uno spettacolo pubblico, esaminò i progetti di una scuola di gladiatori che aveva intenzione di costruire e, secondo le sue abitudini, si dedicò al pranzò in numerosa compagnia. Poi, dopo il tramonto del sole, aggiogati ad un carro i muli di un vicino mulino, partì in gran segreto, con un'esigua scorta. Dopo che, una volta spente le fiaccole, ebbe smarrito la strada, vagando a lungo, finalmente trovata una guida sul far del giorno, si mise in salvo a piedi attraverso sentieri strettissimi. Riunitosi alle sue coorti presso il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, si fermò per un attimo e, considerando quanto stava per intraprendere, si rivolse a quelli che gli erano più vicini dicendo: «Possiamo ancora tornare indietro, ma se attraverseremo il ponticello, dovremo sistemare tutto con le armi.» Paragrafo 33 «Il dado è tratto» – disse. E, fatta passare così la sua armata, presi con sé i tribuni della plebe che, scacciati da Roma, gli si erano fatti incontro, davanti all'assemblea dei soldati invocò la loro fedeltà con le lacrime agli occhi e la veste strappata sul petto. Si crede perfino che abbia promesso a ciascuno il censo di cavaliere, ma si trattò di un equivoco. Infatti, poiché durante la sua arringa e le sue esortazioni, egli, mostrando abbastanza spesso il dito della mano sinistra, dichiarava che con animo sereno si sarebbe tolto anche l'anello per ricompensare tutti coloro che avessero contribuito alla difesa del suo onore, i soldati dell'ultima fila, per i quali era più facile vedere che sentire l'oratore, fraintesero le parole che supponevano di interpretare attraverso i gesti e si sparse la voce che avesse promesso a ciascuno il diritto di portare l'anello insieme con i quattrocentomila sesterzi. Paragrafo 34 Questo è l'ordine cronologico e il sunto delle imprese che compì in seguito: occupò il Piceno, l'Umbria e l'Etruria; dopo aver accettato la resa di Lucio Domizio, che, nella confusione, era stato nominato suo successore e occupava Corfinio con una guarnigione, e lasciatolo libero di andarsene, seguendo la litoranea adriatica, si diresse verso Brindisi, dove si erano rifugiati i consoli e Pompeo in attesa di attraversare il mare al più presto. Dopo aver cercato invano di impedire la loro partenza con tutti i mezzi possibili, ritornò verso Roma e, fatti chiamare i senatori riguardo alla situazione politica, mosse verso le ben addestrate truppe di Pompeo che si trovavano in Spagna al comando di tre luogotenenti M. Petreio, L. Afranio e M. Marrone, avendo dichiarato in mezzo ai suoi amici, prima della partenza, che stava andando contro un esercito senza comandanti e che poi si sarebbe mosso contro un comandante senza esercito. Sebbene l'assedio di Marsiglia, che durante il viaggio gli aveva chiuso le porte in faccia, e una pericolosa scarsità di frumento provocassero ritardi, tuttavia in breve tempo sistemò ogni cosa. Paragrafo 35 Tornato a Roma dalla Spagna, passato in Macedonia, dopo aver assediato Pompeo con grandissime fortificazioni per circa quattro mesi, lo sconfisse infine nella battaglia di Farsalo e dopo averlo inseguito mentre fuggiva ad Alessandria, quando venne a sapere che era stato ucciso, combatté poi anche contro il re Tolomeo, dal quale vedeva che gli venivano tese insidie, una delle guerre più difficili, in una posizione sfavorevole e in una stagione poco clemente, d'inverno, tra le mura di un nemico ben provvisto di rifornimenti e molto ingegnoso, mentre era privo di tutto e impreparato. Uscitone vincitore, affidò il regno d'Egitto a Cleopatra e a suo fratello minore, temendo di ridurlo allo stato di provincia romana e che divenisse prima o poi, nelle mani di un governatore audace, un focolaio di rivoluzione. Da Alessandria passò in Siria e di qui nel Ponto, sotto la pressione delle notizie di Farnace, il figlio del grande Mitridate, che approfittando del momento propizio si trovava in guerra e che già era imbaldanzito per i numerosi successi, Cesare sconfisse in una sola battaglia, meno di cinque giorni dopo il suo arrivo, quattro ore dopo il loro incontro, alludendo spesso alla fortuna di Pompeo cui era toccata in sorte la maggior parte della sua gloria militare contro nemici così poco valorosi. In seguito sconfisse, in Africa, Scipione e Giuba, che tentavano di rianimare i resti del partito pompeiano, e, in Spagna, i figli di Pompeo.