Versione di Svetonio

Paragrafi da 71 a 75

Traduzione della Versione "Paragrafi da 71 a 75" di Svetonio

Testo Originale Latino

Paragrafo 71 Studium et fides erga clientis ne iuueni quidem de fuerunt. Masintham nobilem iuuenem cum aduersus Hiempsalem regem tam enixe defendisset ut Iubae regis filio in altercatione barbam inuaserit stipendiarium quoque pronuntiatum et abstrahentibus statim eripuit occultauitque apud se diu et mox ex praetura proficiscens in Hispaniam inter officia prosequentium fascesque lictorum lectica sua auexit. Paragrafo 72 Amicos tanta semper facilitate indulgentiaque tractauit ut Gaio Oppio comitanti se per siluestre iter correptoque subita ualitudine deuersoriolo[co] quod unum erat cesserit et ipse humi ac sub diuo cubuerit. iam autem rerum potens quosdam etiam infimi generis ad amplissimos honores prouexit cum ob id culparetur professus palam si grassatorum et sicariorum ope in tuenda sua dignitate usus esset talibus quoque se parem gratiam relaturum. Paragrafo 73 Simultates contra nullas tam graues excepit umquam ut non occasione oblata libens deponeret. Gai Memmi cuius asperrimis orationibus non minore acerbitate rescripserat etiam suffragator mox in petitione consulatus fuit. Gaio Caluo post famosa epigrammata de reconciliatione per amicos agenti ultro ac prior scripsit. Valerium Catullum a quo sibi uersiculis de Mamurra perpetua stigmata imposita non dissimulauerat satis facientem eadem die adhibuit cenae hospitioque patris eius sicut consuerat uti perseuerauit. Paragrafo 74 Sed et in ulciscendo natura lenissimus piratas a quibus captus est cum in dicionem redegisset quoniam suffixurum se cruci ante iurauerat iugulari prius iussit deinde suffigi; Cornelio Phagitae cuius quondam nocturnas insidias aeger ac latens ne perduceretur ad Sullam uix praemio dato euaserat numquam nocere sustinuit; Philemonem a manu seruum qui necem suam per uenenum inimicis promiserat non grauius quam simplici morte puniit; in Publium Clodium Pompeiae uxoris suae adulterum atque eadem de causa pollutarum caerimoniarum reum testis citatus negauit se quicquam comperisse quamuis et mater Aurelia et soror Iulia apud eosdem iudices omnia ex fide re[t]tulissent; interrogatusque cur igitur repudiasset uxorem: 'quoniam' inquit 'meos tam suspicione quam crimine iudico carere oportere.' Paragrafo 75 Moderationem uero clementiamque cum in administratione tum in uictoria belli ciuilis admirabilem exhibuit. denuntiante Pompeio pro hostibus se habiturum qui rei publicae defuissent ipse medios et neutrius partis suorum sibi numero futuros pronuntiauit. quibus autem ex commendatione Pompei ordines dederat potestatem transeundi ad eum omnibus fecit. motis apud Ilerdam deditionis condicionibus cum assiduo inter utrasque partes usu atque commercio Afranius et Petreius deprehensos intra castra Iulianos subita paenitentia interfecissent admissam in se perfidiam non sustinuit imitari. acie Pharsalica proclamauit ut ciuibus parceretur deincepsque nemini non suorum quem uellet unum partis aduersae seruare concessit. nec ulli perisse nisi in proelio reperientur exceptis dum taxat Afranio et Fausto et Lucio Caesare iuuene; ac ne hos quidem uoluntate ipsius interemptos putant quorum tamen et priores post impetratam ueniam rebellauerant et Caesar libertis seruisque eius ferro et igni crudelem in modum enectis bestias quoque ad munus populi comparatas contrucidauerat. denique tempore extremo etiam quibus nondum ignouerat cunctis in Italiam redire permisit magistratusque et imperia capere; sed et statuas Luci Sullae atque Pompei a plebe disiectas reposuit; ac si qua posthac aut cogitarentur grauius aduersus se aut dicerentur inhibere maluit quam uindicare. itaque et detectas coniurationes conuentusque nocturnos non ultra arguit quam ut edicto ostenderet esse sibi notas et acerbe loquentibus satis habuit pro contione denuntiare ne perseuerarent Aulique Caecinae criminosissimo libro et Pitholai carminibus maledicentissimis laceratam existimationem suam ciuili animo tulit.

Traduzione Italiana

Paragrafo 71 La sua devozione e la sua lealtà nei confronti dei suoi clienti non vennero meno neppure durante la sua giovinezza. Dopo aver difeso con tanto entusiasmo contro il re Iempsale il nobile giovane Masinta che, durante una discussione, afferrò per la barba Giuba, il figlio di quel re, e dopo che costui (Masinta) fu dichiarato anche tributario, non solo lo strappò immediatamente a quelli che avevano il compito di arrestarlo, e lo tenne nascosto a lungo in casa sua, ma più tardi, deposta la carica di pretore, in partenza per la Spagna, lo trasportò nella sua stessa lettiga tra le cerimonie di coloro che erano venuti a salutarlo e i fasci dei suoi littori. Paragrafo 72 Trattò sempre gli amici con affabilità e indulgenza, al punto che, dal momento che Gaio Oppio, suo compagno di viaggio, si era improvvisamente ammalato nel mezzo della strada nella foresta, gli cedette l'unico piccolo alloggio disponibile, e lui stesso dormì per terra, all'aria aperta. Inoltre, quando già deteneva il potere, elevò alle cariche più prestigiose anche uomini di condizione assai modesta e, poiché lo rimproveravano di questo, dichiarò pubblicamente che, se per difendere il proprio onore si fosse servito dell'aiuto di banditi e di assassini, anche a costoro avrebbe dimostrato uguale gratitudine. Paragrafo 73 Di pari passo, al contrario, non si attirò mai inimicizie così profonde da non abbandonarle volentieri, quando si fosse presentata l'occasione. Più tardi appoggiò anche la candidatura al Senato di Gaio Memmio, contro le cui violentissime orazioni aveva risposto con asprezza non certo inferiore. Per primo e spontaneamente scrisse a Gaio Calvo, il quale, dopo i famigerati epigrammi, con l'aiuto di alcuni amici si adoperava per riconciliarsi con lui. Dato che Valerio Catullo, dal quale gli erano stati impressi indelebili marchi di infamia con i suoi versetti su Mamurra e Cesare non aveva finto di non sapere, doveva scusarsi, Cesare lo invitò a cena il giorno stesso e proseguì, come era abituato, le relazioni di ospitalità con il padre di lui. Paragrafo 74 Tuttavia egli, assai mite di indole anche nella vendetta, quando fece prigionieri i pirati dai quali era stato catturato, poiché in precedenza aveva loro promesso con giuramento che li avrebbe crocifissi, ordinò che fossero prima sgozzati e poi appesi. Non osò mai fare del male a Cornelio Fagita, al cui agguato notturno, una volta, malato e nascosto, a stento era sfuggito, dopo aver pagato una somma per non essere consegnato a Silla. Punì con la semplice morte, senza supplizi ulteriori, lo schiavo Filemone, suo segretario, che aveva promesso ai suoi nemici di avvelenarlo. Quando fu chiamato a testimoniare contro Publio Clodio, l'amante di sua moglie Pompea, accusato, per lo stesso motivo, di sacrilegio, dichiarò di non sapere nulla, sebbene sua madre Aurelia e sua sorella Giulia, davanti ai medesimi giudici, avessero riferito tutto onestamente; quando poi gli chiesero perché mai avesse ripudiato la moglie, rispose: «Perché ritengo che tutti i miei parenti debbano essere esenti tanto da sospetti quanto da colpe.» Paragrafo 75 Diede prova di moderazione e di ammirevole clemenza, sia nella conduzione, sia nella vittoria, della guerra civile. Poiché Pompeo affermava che avrebbe considerato nemici coloro che avessero evitato di difendere lo Stato, Cesare dichiarò che avrebbe annoverato fra i suoi amici sia gli indifferenti sia quelli di parte neutrale. A tutti coloro ai quali aveva concesso i gradi su raccomandazione di Pompeo, poi, permise di passare a costui (Pompeo). Una volta avviate trattative di resa presso Ilerda, dato che tra le due armate si erano stabilite fitte relazioni di affari, dopo che Afranio e Petreio, per un improvviso senso di colpa, fecero massacrare i soldati di Cesare sorpresi nel loro accampamento, Cesare non fu capace di imitare la perfidia commessa nei suoi confronti. Alla battaglia di Farsalo raccomandò di risparmiare i cittadini, in seguito concesse a ciascuno dei suoi uomini di mantenere un solo prigioniero di parte avversa, a piacere. Nessun pompeiano, dopo la battaglia, risulterà condannato a morte, ad eccezione soltanto di Afranio, Fausto e Lucio Cesare il giovane. E si pensa che neppure costoro siano stati uccisi per sua volontà; tra questi, i primi due, tuttavia, avevano ripreso le armi dopo aver ottenuto il perdono e il terzo, dopo aver trucidato col ferro e col fuoco i liberti e gli schiavi di Cesare alla maniera selvaggia delle bestie, aveva anche fatto sgozzare le bestie acquistate per uno spettacolo pubblico. Infine, negli ultimi tempi, anche a tutti coloro ai quali non aveva ancora concesso il perdono, consentì di ritornare in Italia e di esercitare le magistrature e i comandi; fece ricollocare ai loro posti le statue di Silla e di Pompeo che erano state abbattute dal popolo. Inoltre, nel caso in cui, in seguito, venissero rivolti alcuni pensieri o parole in modo piuttosto ostile verso di lui, preferì scoraggiare, piuttosto che punire, i colpevoli. E così, quando scoprì congiure e riunioni notturne, si limitò a comunicare con un editto che ne era al corrente e si accontentò di avvertire davanti all’assemblea coloro che lo criticavano aspramente di non insistere. Sopportò con animo affabile che la sua reputazione fosse diffamata da un violentissimo libro di Aulo Cecina e dai versi assai ingiuriosi di Pitolao.