Versione di Svetonio

Paragrafo 8

Traduzione della Versione "Paragrafo 8" di Svetonio

Testo Originale Latino

Natura autem benivolentissimus cum ex instituto Tiberi omnes dehinc Caesares beneficia a superioribus concessa principibus aliter rara non haberet quam si eadem iisdem et ipsi dedissent primus praeterita omnia uno confirmavit edicto nec a se peti passus est. In certis vero desideriis hominum obstinatissime tenuit ne quem sine spe dimitteret; quin et admonentibus domesticis quasi plura polliceretur quam praestere posset non oportere ait quemquam a semone principis tristem discedere; atque etiam recordatus quondam super cenam quod nihil cuiquam toto die praestitisset memorabilem illam meritoque laudatam vocem edidit: "Amici diem perdidi." Populum in primis universum tanta per omnes occasiones comitate tractavit ut proposito gladiatorio munere non ad suum sed ad spectantium arbitrium editurum se professus sit; et plane ita fecit. Nam neque negavit quicquam petentibus et ut quae vellent peterent ultro adhortatus est. Quin et studium armaturae Thraecum prae se ferens saepe cum populo et voce et gestu ut fautor cavillatus est verum maiestate salva nec minus aequitate. Ne quid popularitatis praetermitteret nonnumquam in thermis suis admissa plebe lavit. Quaedam sub eo fortuita ac tristia acciderunt ut conflagratio Vesevi montis in Campania et incendium Romae per triduum totidemque noctes item pestilentia quanta non temere alias. In iis tot adversis ac talibus non modo principis sollicitudinem sed et parentis affectum unicum praestitit nunc consolando per edicta nunc opitulando quatenus suppeteret facultas. Curatores restituendae Campaniae consularium numero sorte duxit; bona oppressorum in Vesevo quorum heredes non exstabant restitutioni afflictarum civitatum attribuit. Vbis incendio nihil nisi sibi publice perisse testatus cuncta praetorium suorum ornamenta operibus ac templis destinavit praeposuitque complures ex equestri ordine quo quaeque maturius paragerentur. Medendae valitudini leniendisque morbis nullam divinam humanamque opem non adhibuit inquisito omni sacrificiorum remediorumque genere. Inter adversa temporum et delatores mandatoresque erant ex licentia veteri. Hos assidue in foro flagellis ac fustibus caesos ac novissime traductos per amphitheatri arenam partim subici ac venire imperavit partim in asperrima insularum avehi. Vtque etiam similia quandoque ausuros perpetuo coerceret vetuit inter cetera de eadem re pluribus legibus agi quaerive de cuiusquam defunctorum statu ultra certos annos.

Traduzione Italiana

Assai benevolo per natura, poiché tutti i Cesari precedenti, per decisione di Tiberio, non consideravano concessi i privilegi accordati dai precedenti, a meno che non li avessero elargiti essi stessi alle stesse persone, Tito per primo ratificò con un solo editto tutti i benefici dei principi precedenti, e non pretese che gli si facesse domanda. Riguardo alle richieste degli uomini, egli ricordò di non mandar via nessuno senza speranza. Inoltre, ammonendolo il personale di casa come se prometteva più di quanto potesse mantenere, rispose che nessuno doveva uscire triste da un colloquio con l'imperatore». E una sera, a cena, ricordandosi che durante tutto il giorno non aveva concesso nulla a nessuno, pronunciò questa frase memorabile, giustamente lodata: «Amici miei, ho perduto una giornata.» Prima di tutto trattò tutto il popolo con tanta liberalità, in ogni occasione, che, proposto uno spettacolo di gladiatori, dichiarò che sarebbe stato offerto «non per il suo piacere, ma per quello degli spettatori», e chiaramente così fece. Infatti, non solo non rifiutò niente di quello che chiedevano, ma li esortò perfino a esprimere quello che volevano. E, preferendo i gladiatori traci, spesso scherzò con il popolo, come sostenitore di quelli, sia a voce sia a gesti, senza ledere la sua dignità ed il suo senso di giustizia. Per non trascurare nessun mezzo per rendersi popolare, fece il bagno nelle sue terme, essendo stata ammessa anche la plebe. Sotto di lui accaddero alcuni eventi fortuiti e tristi: come un'eruzione del monte Vesuvio, in Campania e un incendio a Roma per tre giorni e tre notti e perfino una pestilenza come mai nessun’altra. In tali avversità primeggiò non solo la sollecitudine dell’imperator, ma anche l’affetto unico di un padre, ora confortando con i suoi editti, ora porgendo aiuto finché fossero bastate le risorse. Sorteggiò alcuni curatori tra i consolari, per restaurare la Campania; e assegnò i beni di coloro che erano morti sotto il Vesuvio e di cui non c’erano eredi, alla ricostruzione delle città distrutte. Durante l'incendio di Roma, dichiarato che lo Stato non aveva subito nessuna perdita, destinò ai monumenti e ai templi tutti gli ornamenti delle sue case di campagna e mise a capo dei lavori a molti dell’ordine equestre, perché fossero eseguiti più in fretta. Per sanare quel cattivo stato di salute, invece, ed alleviare il male, non trascurò nessuna risorsa umana e divina, ricercato ogni genere di sacrifici e rimedi. Tra i mali del tempo vi erano, per un’antica tolleranza, anche i delatori e i fautori di delazioni. Fustigati nel foro con verghe e bastoni e, alla fine, condotti nell’arena dell’anfiteatro, comandò che alcuni fossero esposti e messi in vendita, altri trasportati nelle isole più selvagge. E per scoraggiare definitivamente anche tutti coloro che in avvenire avrebbero osato simili cose, vietò, tra l'altro, di insistere su una medesima questione, con più leggi, e di fare inchieste, dopo un certo numero di anni sulla condizione sociale di un defunto qualsiasi.