Versione di Virgilio

Libro 11, vv. 100-138

Traduzione della Versione "Libro 11, vv. 100-138" di Virgilio

Testo Originale Latino

Iamque oratores aderant ex urbe Latina 100 velati ramis oleae veniamque rogantes: corpora, per campos ferro quae fusa iacebant, redderet ac tumulo sineret succedere terrae; nullum cum victis certamen et aethere cassis; parceret hospitibus quondam socerisque vocatis. 105 quos bonus Aeneas haud aspernanda precantis prosequitur venia et verbis haec insuper addit: 'quaenam vos tanto fortuna indigna, Latini, implicuit bello, qui nos fugiatis amicos? pacem me exanimis et Martis sorte peremptis 110 oratis? equidem et vivis concedere vellem. nec veni, nisi fata locum sedemque dedissent, nec bellum cum gente gero; rex nostra reliquit hospitia et Turni potius se credidit armis. aequius huic Turnum fuerat se opponere morti. 115 si bellum finire manu, si pellere Teucros apparat, his mecum decuit concurrere telis: vixet cui vitam deus aut sua dextra dedisset. nunc ite et miseris supponite civibus ignem.' dixerat Aeneas. illi obstipuere silentes 120 conversique oculos inter se atque ora tenebant. Tum senior semperque odiis et crimine Drances infensus iuveni Turno sic ore vicissim orsa refert: 'o fama ingens, ingentior armis, vir Troiane, quibus caelo te laudibus aequem? 125 iustitiaene prius mirer belline laborum? nos vero haec patriam grati referemus ad urbem et te, si qua viam dederit Fortuna, Latino iungemus regi. quaerat sibi foedera Turnus. quin et fatalis murorum attollere moles 130 saxaque subvectare umeris Troiana iuvabit.' dixerat haec unoque omnes eadem ore fremebant. bis senos pepigere dies, et pace sequestra per silvas Teucri mixtique impune Latini erravere iugis. ferro sonat alta bipenni 135 fraxinus, euvrtunt actas ad sidera pinus, robora nec cuneis et olentem scindere cedrum nec plaustris cessant vectare gementibus ornos.

Traduzione Italiana

Ormai ambasciatori dalla città latina si presentavano 100 velati di rami d'olivo e chiedendo grazia: i corpi, che per il ferro giacevano sparsi per le piane, li concedesse e permettesse di porli sotterra in un sepolcro; nessuno scontro coi vinti e privati dell'etere; risparmiasse quelli chiamati un tempo ospiti e suoceri. 105 Ma il buon Enea li accoglie con la grazia, chiedendo essi cose da non disprezzare ed alle parole aggiunge questo: "Quale sorte, Latini, vi implicò in una guerra così grande, che ci rifiutate come amici? Chiedete la pace a me per gli esanimi e per i travolti dalla sorte 110 di Marte? Proprio vorrei concederla anche ai vivi. Non giunsi, se i fati non avessero dato luogo e sede, né faccio guerra con un popolo; il re abbandonò le nostre ospitalità e si affidò piuttosto alle armi di Turno. Era più giusto per lui che Turno si offrisse alla morte. 115 Se si prepara a finire la guerracon la mano, se (vuole) cacciare i Teucri, doveva confrontarsi con me con queste armi: avrebbe vissuto quello a cui un dio o la propria destra avesse dato la vita. Ora andate ed accendete il fuoco ai miseri concittatdini." Aveva detto Enea. Essi stupirono in silenzio 120 si rivolsero tra loro gli occhi ed osservavano i volri. Poi Drance anziano e sempre avversario con odio ed accusa al giovane Turno così a sua volta con la bocca riprende il discorso: "O grande per fama, più grande per armi, eroe troiano, con quali lodi ti alzerei al cielo? 125 dovrei ammirarti più per la giustizia o le imprese di guerra? Noi dunque grati riferiremo queste cose alla città patria e te, se mai Fortunadarà una via, uniremo al re Latino. Turno chieda alleanze per sé. Anzi sarà bello alzare le moli fatali delle mura 130 e trasportare a spalla le pietre troiane." Aveva detto e tutti a una voce approvavano queste stesse cose. Pattuirono dosici giorni e, mediatrice la pace, Teucri e Latini insieme impunemente sui colli per i boschi andarono. L'alto frassino echeggia per il ferro a due tagli, sradicano pini spintisi alle stelle, non cessano né di spaccare coi cunei roveri e l'odoroso cedro né di trasportare coicarri cigolanti gli orni.