Versione di Virgilio

Libro 12, vv. 383-440

Traduzione della Versione "Libro 12, vv. 383-440" di Virgilio

Testo Originale Latino

Atque ea dum campis victor dat funera Turnus, interea Aenean Mnestheus et fidus Achates Ascaniusque comes castris statuere cruentum 385 alternos longa nitentem cuspide gressus. saevit et infracta luctatur harundine telum eripere auxilioque viam, quae proxima, poscit: ense secent lato vulnus telique latebram rescindant penitus, seseque in bella remittant. 390 iamque aderat Phoebo ante alios dilectus Iapyx Iasides, acri quondam cui captus amore ipse suas artis, sua munera, laetus Apollo augurium citharamque dabat celerisque sagittas. ille, ut depositi proferret fata parentis, 395 scire potestates herbarum usumque medendi maluit et mutas agitare inglorius artis. stabat acerba fremens ingentem nixus in hastam Aeneas magno iuvenum et maerentis Iuli concursu, lacrimis immobilis. ille retorto 400 Paeonium in morem senior succinctus amictu multa manu medica Phoebique potentibus herbis nequiquam trepidat, nequiquam spicula dextra sollicitat prensatque tenaci forcipe ferrum. nulla viam Fortuna regit, nihil auctor Apollo 405 subvenit, et saevus campis magis ac magis horror crebrescit propiusque malum est. iam pulvere caelum stare vident: subeunt equites et spicula castris densa cadunt mediis. it tristis ad aethera clamor bellantum iuvenum et duro sub Marte cadentum. 410 Hic Venus indigno nati concussa dolore dictamnum genetrix Cretaea carpit ab Ida, puberibus caulem foliis et flore comantem purpureo; non illa feris incognita capris gramina, cum tergo volucres haesere sagittae. 415 hoc Venus obscuro faciem circumdata nimbo detulit, hoc fusum labris splendentibus amnem inficit occulte medicans, spargitque salubris ambrosiae sucos et odoriferam panaceam. fovit ea vulnus lympha longaevus Iapyx 420 ignorans, subitoque omnis de corpore fugit quippe dolor, omnis stetit imo vulnere sanguis. iamque secuta manum nullo cogente sagitta excidit, atque novae rediere in pristina vires. 'arma citi properate viro. quid statis?' Iapyx 425 conclamat primusque animos accendit in hostem. 'non haec humanis opibus, non arte magistra proveniunt, neque te, Aenea, mea dextera servat: maior agit deus atque opera ad maiora remittit.' ille avidus pugnae suras incluserat auro 430 hinc atque hinc oditque moras hastamque coruscat. postquam habilis lateri clipeus loricaque tergo est, Ascanium fusis circum complectitur armis summaque per galeam delibans oscula fatur: 'disce, puer, virtutem ex me verumque laborem, 435 fortunam ex aliis. nunc te mea dextera bello defensum dabit et magna inter praemia ducet. tu facito, mox cum matura adoleverit aetas, sis memor et te animo repetentem exempla tuorum et pater Aeneas et avunculus excitet Hector.' 440

Traduzione Italiana

Ma mentre Turno vincitore sul campo dà quelle morti, Mneste intanto ed il fedele Acate ed Ascanio come compagno collocarono nell'accampamento Enea insanguinato 385 che appoggiava alla lunga lancia i passi uno dopo l'altro. E' furioso e tenta, spezzata la canna, di strappare la punta e chiede la via, quella più vicina, al rimedio: taglino con larga spada la ferita ed allarghino in profondità il covo dell'arma, e lo rimandino alle guerre. 390 Già era vicino amato più degli altri da Febo Iapige iaside, cui un tempo preso da acuto amore lui stesso Apollo lieto dava le sue arti, i suoi doni, la divinazione, la cetra e le veloci frecce. Egli, per prolungare i fati del padre stremato, 395 preferì i poteri delle erbee la capacità di guarire e svolgere senza gloria le mute arti. Stava ritto Enea fremendo acerbamente appoggiato sulla enorme asta con la grande agitazione dei giovani e dell'afflitto Iulo, imperturbabile alle lacrime. Egli anziano, succinto, 400 gettata indietro la vestealla maniera peonia s'affanna molto con mano medica e le potenti erbe di Febo inutilmente, inutilmente smuove con la destra la punta e cerca d'afferrareilferro con pinza tenace. Fortuna per nulla favorisce la via, per niente il maestro Apollo 405 interviene, e sul campo un brivido terribile cresce sempre più e la disfatta è più vicina. Ormai vedono il cielo esser immobile per la polvere: icavalieri avanzano e fitte frecce cadono in mezzo all'accampamento. Un triste grido sale all'etere di giovani che combattono e cadono sotto il crudele Marte. 410 Allora Venere scossa dall'indegno dolore del figlio da madre coglie dall'Ida cretese il dittamo , stelo con adolescenti foglie e frondeggiante di fiore purpureo; quelle erbe non son sconosciute alle capre selvagge, quando frecce volanti si son confitte sul dorso. 415 Questo Venere avvolta la figura in nube nascosta lo portò, medicando la corrente in splendenti bacili lo immerge sciolto di nascosto, sparge salutari pozioni di ambrosia e profumata panacea. Quella linfa scaldò la ferita ignorandolo il vecchio 420 Iapige, ed improvvisamente ogni dolore senz'altro fugge dal corpo, tutto il sangue s'arrestò nella profondità della ferita. Ormai la freccia seguendo la mano senza cosstrizioni salta fuori e nuove forze ritornarono come prima. "Veloci affrettate le armi all'eroe. Perché state fermi?" 425 Iapige grida eperprimo accende gli animi contro il nemico. "Queste cose non vengono da poteri umani, non da una arte maestra, né salvate, Enea, la mia destra: un dio maggiore agisce e rimanda ad opere maggiori." Egli avido di lota aveva chiuso i polpacci nell'oro 430 di qua e di là, odia le esitazioni e scuote l'asta. Dopo che il fianco ha lo scudo pronto e le spalle la corazza, indossate le armi, abbraccia Ascanio e cogliendo attraverso l'elmo un tocco di baci, dice: "Impara, ragazzo, il valore da me ed il vero impegno, 435 la fortuna dagli altri. Ora la mia destra con la guerra ti farà difeso e ti condurrà a grandi premi. Tu fa sempre, quando poi l'eta crescerà matura, di esser memore e, ricordando in cuore gli esempi dei tuoi, ti sproni sia il padre Enea sia lo zio Ettore. 440