Versione di Virgilio

Libro 4, vv. 630-666

Traduzione della Versione "Libro 4, vv. 630-666" di Virgilio

Testo Originale Latino

Haec ait, et partis animum versabat in omnis, invisam quaerens quam primum abrumpere lucem. tum breviter Barcen nutricem adfata Sychaei, namque suam patria antiqua cinis ater habebat: 'Annam, cara mihi nutrix, huc siste sororem: dic corpus properet fluviali spargere lympha, et pecudes secum et monstrata piacula ducat. sic veniat, tuque ipsa pia tege tempora vitta. sacra Iovi Stygio, quae rite incepta paravi, perficere est animus finemque imponere curis Dardaniique rogum capitis permittere flammae.' sic ait. illa gradum studio celebrabat anili. at trepida et coeptis immanibus effera Dido sanguineam volvens aciem, maculisque trementis interfusa genas et pallida morte futura, interiora domus inrumpit limina et altos conscendit furibunda rogos ensemque recludit Dardanium, non hos quaesitum munus in usus. hic, postquam Iliacas vestis notumque cubile conspexit, paulum lacrimis et mente morata incubuitque toro dixitque novissima verba: 'dulces exuviae, dum fata deusque sinebat, accipite hanc animam meque his exsolvite curis. vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi, et nunc magna mei sub terras ibit imago. urbem praeclaram statui, mea moenia vidi, ulta virum poenas inimico a fratre recepi, felix, heu nimium felix, si litora tantum numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae.' dixit, et os impressa toro 'moriemur inultae, sed moriamur' ait. 'sic, sic iuvat ire sub umbras. hauriat hunc oculis ignem crudelis ab alto Dardanus, et nostrae secum ferat omina mortis.' dixerat, atque illam media inter talia ferro conlapsam aspiciunt comites, ensemque cruore spumantem sparsasque manus. it clamor ad alta atria: concussam bacchatur Fama per urbem.

Traduzione Italiana

Questo disse, e volgeva la mente in tutte le parti, cercando troncare l'odiata luce al più presto. Poi brevemente si rivolse a Barce, nutrice di Sicheo, (infatti la nera cenere teneva la sua nell'antica patria): " Nutrice a me cara, chiama qui la sorella Anna: di' che s'affretti a cospargersi il corpo di acqua fluviale, e porti con sé gli animali ed i sacrifici indicati. Venga così, tu pure con la pia benda copri le tempie. L'idea è di completare i riti, che iniziati preparai bene, a Giove Stigio e porre fine agli affanni ed affidare il rogo dell'uomo dardani alla fiamma.". Così disse. Quella affrettava il passo con lena senile. Ma trepidante e furente per i propositi atroci, Didone volgendo lo sguardo di sangue, chiazzata le guance frementi di chiazee pallida della futura morte, irrompe nelle stanze interne della casa e sale impazzita gli alti roghi e sguaina la spada Dardania, regalo chiesto non per questi usi. Qui, dopo che guardò le vesti iliache ed il noto letto, fermatasi un po' per lacrime e pensiero si buttò sul letto e disse le ultime parole: "Dolci spoglie, fin che i fati ed il dio permetteva, accogliete quest'anima e scioglietemi da questi affanni. Vissi ed il corso che la sorte mi diede, l'ho compiuto, ed ora la grande immagine di me andrà sotto le terre. Fondai una città famosa, vidi le mie mura, vendicato il marito, ricevetti soddisfazione dal fratello nemico, felice, ahi, troppo felice, se soltanto le carene Dardanie non avessero mai toccato i nostri lidi.". Disse ed impressa la bocca sul letto"Moriremo non vendicate, ma moriamo" disse. "Così, così è bello andar sotto le ombre. Il crudele Dardano beva con gli occhi questo fuoco dall'alto, e porti con sé i presagi della nostra morte". Aveva detto, e le compagne in mezzo a tali parole la vedono crollata sull'arma, e la spada spumeggiante di sangue e cosparse le mani. Va il grido alle alte stanze: Fama furoreggia per la città sconvolta.