Versione di Virgilio

Libro 6, vv. 295-330

Traduzione della Versione "Libro 6, vv. 295-330" di Virgilio

Testo Originale Latino

Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas. turbidus hic caeno vastaque voragine gurges aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam. portitor has horrendus aquas et flumina servat terribili squalore Charon, cui plurima mento canities inculta iacet, stant lumina flamma, sordidus ex umeris nodo dependet amictus. ipse ratem conto subigit velisque ministrat et ferruginea subvectat corpora cumba, iam senior, sed cruda deo viridisque senectus. huc omnis turba ad ripas effusa ruebat, matres atque viri defunctaque corpora vita magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae, impositique rogis iuvenes ante ora parentum: quam multa in silvis autumni frigore primo lapsa cadunt folia, aut ad terram gurgite ab alto quam multae glomerantur aves, ubi frigidus annus trans pontum fugat et terris immittit apricis. stabant orantes primi transmittere cursum tendebantque manus ripae ulterioris amore. navita sed tristis nunc hos nunc accipit illos, ast alios longe summotos arcet harena. Aeneas miratus enim motusque tumultu 'dic,' ait, 'o virgo, quid vult concursus ad amnem? quidve petunt animae? vel quo discrimine ripas hae linquunt, illae remis vada livida verrunt?' olli sic breviter fata est longaeva sacerdos: 'Anchisa generate, deum certissima proles, Cocyti stagna alta vides Stygiamque paludem, di cuius iurare timent et fallere numen. haec omnis, quam cernis, inops inhumataque turba est; portitor ille Charon; hi, quos vehit unda, sepulti. nec ripas datur horrendas et rauca fluenta transportare prius quam sedibus ossa quierunt. centum errant annos volitantque haec litora circum; tum demum admissi stagna exoptata revisunt.'

Traduzione Italiana

Di qui è la via che porta alle onde del tartareo Acheronte. Qui la corrente torbida ribolle di fango in vasta voragine e vomita tutta la sabbia in Cocito. Un orribile traghettatore custodisce queste acque ed i fiumi, Caronte di terribile squallore, a cui sta nel mento molta canizie incolta, gli occhi di fiamma fissano, dalle spalle pende uno sporco mantello con nodo.Egli spinge la barca col palo e la governa con le vele e col battello ferrigno trasporta i corpi. Anche se vecchio, ma il dio ha una cruda e verde vecchiaia. Qui tutta la folla confusa si ammassava alle rive, madri, uomini e corpi di magnanimi eroi liberi dalla vita, ragazzi ed inviolate fanciulle, giovani posti sui roghi davanti ai volti dei genitori: quante foglie nei boschi al primo freddo d'autunno vacillano, cadono o quanti uccelli si affollano a terra dall'alto mare, quando il freddo anno li allontana al di là del mare e li invia su terre assolate. I primi s'ergevano pregando di oltrepassare la rotta e tendevano le mani per amore della riva di fronte. Ma il triste nocchiero accoglie ora questi ora quelli, altri invece manda lontano, cacciati dalla sabbia. Enea meravigliato e scosso dal tumulto: "Dimmi, vergine, disse, cosa vuole la corsa al fiume? Cosa chiedono le anime? O per quale decisione queste lasciano le rive, le altre coi remi spazzano i lividi guadi?" Così a lei brevemente parlò la vecchia sacerdotessa: "Figli di Anchise, certissima prole di dei, tu vedi i profondi stagni di Cocito e la palude Stigia, anche gli dei temono o ingannare il suo nome. Tutta questa, che vedi, è una folla povera ed insepolta. Quello il nocchiero, Caronte; questi, che l'onda trasporta, i sepolti. Ma non è concesso oltrepassare le terribili rive e le roche correnti, prima che le ossa abbiano riposato nei sepolcri. Vagano per cento anni e volano attorno a questi lidi: poi finalmente ammessi rivedono gli stagni desiderati."