Versione di Virgilio

Libro 6, vv. 494-547

Traduzione della Versione "Libro 6, vv. 494-547" di Virgilio

Testo Originale Latino

Atque hic Priamiden laniatum corpore toto Deiphobum videt et lacerum crudeliter ora, ora manusque ambas, populataque tempora raptis auribus et truncas inhonesto vulnere naris. vix adeo agnovit pavitantem ac dira tegentem supplicia, et notis compellat vocibus ultro: 'Deiphobe armipotens, genus alto a sanguine Teucri, quis tam crudelis optavit sumere poenas? cui tantum de te licuit? mihi fama suprema nocte tulit fessum vasta te caede Pelasgum procubuisse super confusae stragis acervum. tunc egomet tumulum Rhoeteo in litore inanem constitui et magna manis ter voce vocavi. nomen et arma locum servant; te, amice, nequivi conspicere et patria decedens ponere terra.' ad quae Priamides: 'nihil o tibi, amice, relictum; omnia Deiphobo solvisti et funeris umbris. sed me fata mea et scelus exitiale Lacaenae his mersere malis; illa haec monimenta reliquit. namque ut supremam falsa inter gaudia noctem egerimus, nosti: et nimium meminisse necesse est. cum fatalis equus saltu super ardua venit Pergama et armatum peditem gravis attulit alvo, illa chorum simulans euhantis orgia circum ducebat Phrygias; flammam media ipsa tenebat ingentem et summa Danaos ex arce vocabat. tum me confectum curis somnoque gravatum infelix habuit thalamus, pressitque iacentem dulcis et alta quies placidaeque simillima morti. egregia interea coniunx arma omnia tectis emovet, et fidum capiti subduxerat ensem: intra tecta vocat Menelaum et limina pandit, scilicet id magnum sperans fore munus amanti, et famam exstingui veterum sic posse malorum. quid moror? inrumpunt thalamo, comes additus una hortator scelerum Aeolides. di, talia Grais instaurate, pio si poenas ore reposco. sed te qui vivum casus, age fare vicissim, attulerint. pelagine venis erroribus actus an monitu divum? an quae te fortuna fatigat, ut tristis sine sole domos, loca turbida, adires?' Hac vice sermonum roseis Aurora quadrigis iam medium aetherio cursu traiecerat axem; et fors omne datum traherent per talia tempus, sed comes admonuit breviterque adfata Sibylla est: 'nox ruit, Aenea; nos flendo ducimus horas. hic locus est, partis ubi se via findit in ambas: dextera quae Ditis magni sub moenia tendit, hac iter Elysium nobis; at laeva malorum exercet poenas et ad impia Tartara mittit.' Deiphobus contra: 'ne saevi, magna sacerdos; discedam, explebo numerum reddarque tenebris. i decus, i, nostrum; melioribus utere fatis.' tantus effatus , et in verbo vestigia torsit.

Traduzione Italiana

Proprio qui vede il Priamide Deifobo, dilaniato in tutto il corpo, crudelmente lacero in volto, in volto ed ambedue le mani, le tempia devastate, le orecchie strappate, le narici troncate da orribile ferita. A stento così lo riconobbe tremante e che copriva i crudeli supplizi, poi lo chiama con chiare parole: "Deifobo potente in armi, prole della grande stirpe di Teucro, chi tanto crudele volle vendicarsi? A chi fu possibile così tanto su di te? L fama mi riferì che nell'ultima notte tu stanco per la grande strage di Pelasgi, cadesti sopra il cumulo di confuso massacro. Allora io sul lido Reteo ti feci un tumulo vuoto e per tre volte chiamai a gran voce i Mani: Il nome e le armi custodiscono il posto: Non potei vedere te, amico, e porti nella terra patria, partendo". A ciò il Priamide:"Ah, nulla fu tralasciato da te, amico, tutto hai assolto per Deifobo e per le ombre di morte. I miei fati ed il mortale delitto della Spartana mi immersero in questi mali: ella mi lasciò questi ricordi. Tu sai come passammo tra false gioie l'ultima notte, è necessario purtroppo ricordare. Quando il cavallo fatale giunse a salti sopra Pergamo e gravido portò in grembo la fanteria armata, ella, simulando una danza, portava in giro le frigie inneggianti i riti; lei in mezzo teneva una fiaccola enorme e chiamava i Danai dall'alta rocca. Allora l'infelice talamo mi accolse, sfinito d'affanni, una dolce profonda quiete mi oppresse mentre dormivo molto simile alla placida morte. Frattanto la nobile sposa toglie dalla casa tutte le armi ed aveva sottratto la spada fidata da sotto la testa: chiama in casa Menelao ed apre le porte, certamente sperando che ciò sarebbe stato gran dono per l'amante e così si potesse estinguere la fama degli antichi mali: Perché indugio?Irrompono in camera: si aggiunge insieme compagno e maestro di delitti l'Eolide: O dei, ai Grai tali cose restituite, se chiedo vendetta con voce pia. Ma racconta a tua volta, orsù, quali vicende ti portarono qui vivo?Arrivi spinto dai viaggi del mare o per ordine degli dei? O quale sorte ti affanna da raggiungere le tristi case senza sole, luoghi oscuri?" A questo scambio di parole, l'Aurora con rosee quadrighe ormai aveva passato la metà dell'asse celeste con etereo percorso e forse passerebbero tutto il tempo dato con tali discorsi, ma la compagna ammonì e brevemente la Sibilla intervenne; "La notte corre, Enea, noi piangendo passiamo le ore. Questo è il luogo dove la via si divide in due parti: la destra che guida sotto le mura del grande Dite, di qui per noi è la strada per l'Elisio; la destra invece tratta le pene dei mali ed immette nell'empio Tartaro." Deifobo allora: "Non infierire, grande sacerdotessa, Partirò, entrerò nella massa, e sarò restituito alle tenebre. Va', va', nostra gloria: abbi destini migliori.". Disse solo questo e nel discorso volse i passi.