Versione di Virgilio

Libro 6, vv. 548-636

Traduzione della Versione "Libro 6, vv. 548-636" di Virgilio

Testo Originale Latino

Respicit Aeneas subito et sub rupe sinistra moenia lata videt triplici circumdata muro, quae rapidus flammis ambit torrentibus amnis, Tartareus Phlegethon, torquetque sonantia saxa. porta adversa ingens solidoque adamante columnae, vis ut nulla virum, non ipsi exscindere bello caelicolae valeant; stat ferrea turris ad auras, Tisiphoneque sedens palla succincta cruenta vestibulum exsomnis servat noctesque diesque. hinc exaudiri gemitus et saeva sonare verbera, tum stridor ferri tractaeque catenae. constitit Aeneas strepitumque exterritus hausit. 'quae scelerum facies? o virgo, effare; quibusve urgentur poenis? quis tantus plangor ad auras?' tum vates sic orsa loqui: 'dux inclute Teucrum, nulli fas casto sceleratum insistere limen; sed me cum lucis Hecate praefecit Avernis, ipsa deum poenas docuit perque omnia duxit. Cnosius haec Rhadamanthus habet durissima regna castigatque auditque dolos subigitque fateri quae quis apud superos furto laetatus inani distulit in seram commissa piacula mortem. continuo sontis ultrix accincta flagello Tisiphone quatit insultans, torvosque sinistra intentans anguis vocat agmina saeva sororum. tum demum horrisono stridentes cardine sacrae panduntur portae. cernis custodia qualis vestibulo sedeat, facies quae limina servet? quinquaginta atris immanis hiatibus Hydra saevior intus habet sedem. tum Tartarus ipse bis patet in praeceps tantum tenditque sub umbras quantus ad aetherium caeli suspectus Olympum. hic genus antiquum Terrae, Titania pubes, fulmine deiecti fundo volvuntur in imo. hic et Aloidas geminos immania vidi corpora, qui manibus magnum rescindere caelum adgressi superisque Iovem detrudere regnis. vidi et crudelis dantem Salmonea poenas, dum flammas Iovis et sonitus imitatur Olympi. quattuor hic invectus equis et lampada quassans per Graium populos mediaeque per Elidis urbem ibat ovans, divumque sibi poscebat honorem, demens, qui nimbos et non imitabile fulmen aere et cornipedum pulsu simularet equorum. at pater omnipotens densa inter nubila telum contorsit, non ille faces nec fumea taedis lumina, praecipitemque immani turbine adegit. nec non et Tityon, Terrae omniparentis alumnum, cernere erat, per tota novem cui iugera corpus porrigitur, rostroque immanis vultur obunco immortale iecur tondens fecundaque poenis viscera rimaturque epulis habitatque sub alto pectore, nec fibris requies datur ulla renatis. quid memorem Lapithas, Ixiona Pirithoumque? quos super atra silex iam iam lapsura cadentique imminet adsimilis; lucent genialibus altis aurea fulcra toris, epulaeque ante ora paratae regifico luxu; Furiarum maxima iuxta accubat et manibus prohibet contingere mensas, exsurgitque facem attollens atque intonat ore. hic, quibus invisi fratres, dum vita manebat, pulsatusve parens et fraus innexa clienti, aut qui divitiis soli incubuere repertis nec partem posuere suis quae maxima turba est, quique ob adulterium caesi, quique arma secuti impia nec veriti dominorum fallere dextras, inclusi poenam exspectant. ne quaere doceri quam poenam, aut quae forma viros fortunave mersit. saxum ingens volvunt alii, radiisque rotarum districti pendent; sedet aeternumque sedebit infelix Theseus, Phlegyasque miserrimus omnis admonet et magna testatur voce per umbras: "discite iustitiam moniti et non temnere divos." vendidit hic auro patriam dominumque potentem imposuit; fixit leges pretio atque refixit; hic thalamum invasit natae vetitosque hymenaeos: ausi omnes immane nefas ausoque potiti. non, mihi si linguae centum sint oraque centum, ferrea vox, omnis scelerum comprendere formas, omnia poenarum percurrere nomina possim.' Haec ubi dicta dedit Phoebi longaeva sacerdos, 'sed iam age, carpe viam et susceptum perfice munus; acceleremus' ait; 'Cyclopum educta caminis moenia conspicio atque adverso fornice portas, haec ubi nos praecepta iubent deponere dona.' dixerat et pariter gressi per opaca viarum corripiunt spatium medium foribusque propinquant. occupat Aeneas aditum corpusque recenti spargit aqua ramumque adverso in limine figit.

Traduzione Italiana

Enea osserva: ed ecco vede a sinistra sotto una rupe ampi bastioni, circondati da triplice muto che il tartare fiume Flegetonte attornia Con fiamme incandescenti e trascina massi risonanti. La porta di fronte, enorme, le colonne di duro acciaio, che nessuna forza di uomini, né gli stessi celesti possano rompere col ferro: una torre di ferro s'erge nell'aria, e Tisifone, sedendo, avvolta in cruento mantello, insonne controlla il vestibolo notte e giorno. Qui si sentivano gemiti e frustate crudeli risuonavano, poi stridore di ferro e catene strascinate. Si fermò Enea ed atterrito dallo strepito esitò: che spettacolo di delitti?vergine, parla; da che pene sono straziati?Che pianto sì grande nell'aria? Allora la profetessa così cominciò a dire: "Illustre guida dei Teucri, a nessun giusto è lecito stare sulla soglia scellerata; ma quando Ecate mi incaricò dei boschi dell'Averno, lei stessa narrò le pene degli dei e mi condusse dappertutto. Radamanto di Cnosso tiene questi terribilissimi regni, castiga, sente gli inganni e costringe a confessare ciò che ognuno tra i vivi, contento d'un vano furto, differì alla morte lontana l'espiazione dovuta. Subito, balzando, Tisifone vendicatrice, munita di frusta, scuote ed incalza i colpevoli, scagliando con la sinistra torve serpi e chiama le terribili schiere delle sorelle. Poi finalmente le sacre porte stridendo sul cardine dal suono orrendo si aprono. Vedi quale guardia sieda nel vestibolo? Che mostro controlli la soglia? L'Idra dalle enormi cinquanta gole nere, troppo crudele, occupa il luogo dentro. Poi Tartaro stesso due volte si apre a precipizio e tanto s'addentra tra le ombre quanto l'altezza del cielo rispetto al celeste Olimpo. Qui l'antica prole della Terra, il popolo titanio, cacciati da un fulmine si rotolano nel fondo dell'abisso. Qui pure vidi i gemelli Aloidi, corpi giganteschi, che tentarono con le mani di squarciare il grande cielo e cacciare Giove dai regni celesti. Vidi anche Salmoneo che espiava pene crudeli: mentre imita le fiamme di Giove ed i rimbombi dell'Olimpo, lui trascinato da quattro cavalli e scuotendo una fiaccola attraverso i popoli dei Grai e la città del centro dell'Elide, andava esultando e si arrogava il culto degli dei: pazzo! Tanto da simulare i nembi ed il fulmine inimitabile col bronzo e col galoppo dei cavalli zoccolati. Ma il padre onnipotente scagliò tra le dense nubi un'arma, non fiaccole e neppure luci fumose per fiaccole e lo gettò a precipizio in un gigantesco vortice. C'era pure da vedere Tizio, figlio della Terra generatrice universale, il cui corpo si stende per nove iugeri interi: un gigantesco avvoltoio rodendo col becco adunco il fegato immortale, viscere feconde per le pene, lo scava per il pasto ed abita sotto l'alto petto: e non viene dato alcun riposo alle fibre rinate. Perché ricordare i Lpiti, Issione, Piritoo? Sopra di essi una nera roccia che quasi quasi sta per crollare, non dissimile da una che cade: aurei sostegni splendono per gli alti letti festosi e sono pronti davanti alle bocche i pranzi con lusso regale; vicino la maggiore delle Furie vigila e e vieta di toccare con le mani le mense si alza reggendo una fiamma e tuona con la bocca. Qui, quelli che odiarono i fratelli, mentre la vita scorreva, o cacciato un genitore e si intentò una frode al povero oppure quelli che da egoisti si buttarono su ricchezze trovate, ma non le spartirono: questa folla è immensa, quelli uccisi per adulterio, che seguirono le empie armi non temendo di tradire le destre dei padroni, rinchiusi aspettano la pena. Non chieder di sapere quale pena e che forma o sorte travolse gli uomini. Alcuni rotolano un masso enorme, altri pendono legati a raggi di ruote; siede e siederà in eterno l'infelice Teseo ed il miserrimo Flegias ammonisce tutti ed a gran voce dichiara tra le ombre: "Ammoniti imparate la giustizia e non disprezzare gli dei". Questi ha venduto la patria per denaro ed impose un potente tiranno, fece e disfece le leggi dietro compenso; costui occupò il letto della figlia, nozze proibite: tutti osando enorme sacrilegio ed ottennero quanto osato. No, se avessi cento lingue e cento bocche, una voce di ferro, non potrei abbracciare tutte le forme di delitti, enumerare tutti i nomi delle pene." Come l'anziana sacerdotessa di Febo espresse queste parole, "Ma orsù, prendi la via e compi l'offerta iniziata; affrettiamoci disse. Vedo le mura costruite dalle officine dei Ciclopi e le porte con l'arco davanti, dove gli ordini ci obbligano di deporre questi doni": Aveva detto ed avanzando insieme per il buio delle strade completano la distanza frapposta e s'avvicinano ai battenti Enea occupa l'ingresso ed asperge di acqua fresca il corpo ed attacca il ramo sulla soglia davanti