Versione di Virgilio

Libro 8, vv.306-369

Traduzione della Versione "Libro 8, vv.306-369" di Virgilio

Testo Originale Latino

Exim se cuncti divinis rebus ad urbem 8.306 perfectis referunt. ibat rex obsitus aevo, et comitem Aenean iuxta natumque tenebat ingrediens varioque viam sermone levabat. miratur facilisque oculos fert omnia circum 310 Aeneas, capiturque locis et singula laetus exquiritque auditque virum monimenta priorum. tum rex Evandrus Romanae conditor arcis: 'haec nemora indigenae Fauni Nymphaeque tenebant gensque virum truncis et duro robore nata, 315 quis neque mos neque cultus erat, nec iungere tauros aut componere opes norant aut parcere parto, sed rami atque asper victu venatus alebat. primus ab aetherio venit Saturnus Olympo arma Iovis fugiens et regnis exsul ademptis. 8.320 is genus indocile ac dispersum montibus altis composuit legesque dedit, Latiumque vocari maluit, his quoniam latuisset tutus in oris. aurea quae perhibent illo sub rege fuere saecula: sic placida populos in pace regebat, 325 deterior donec paulatim ac decolor aetas et belli rabies et amor successit habendi. tum manus Ausonia et gentes venere Sicanae, saepius et nomen posuit Saturnia tellus; tum reges asperque immani corpore Thybris, 330 a quo post Itali fluvium cognomine Thybrim diximus; amisit verum vetus Albula nomen. me pulsum patria pelagique extrema sequentem Fortuna omnipotens et ineluctabile fatum his posuere locis, matrisque egere tremenda 335 Carmentis nymphae monita et deus auctor Apollo.' Vix ea dicta, dehinc progressus monstrat et aram et Carmentalem Romani nomine portam quam memorant, nymphae priscum Carmentis honorem, vatis fatidicae, cecinit quae prima futuros 8.340 Aeneadas magnos et nobile Pallanteum. spondaico hinc lucum ingentem, quem Romulus acer asylum rettulit, et gelida monstrat sub rupe Lupercal Parrhasio dictum Panos de more Lycaei. nec non et sacri monstrat nemus Argileti 345 testaturque locum et letum docet hospitis Argi. hinc ad Tarpeiam sedem et Capitolia ducit aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis. iam tum religio pavidos terrebat agrestis dira loci, iam tum silvam saxumque tremebant. 350 'hoc nemus, hunc' inquit 'frondoso vertice collem (quis deus incertum est) habitat deus; Arcades ipsum credunt se vidisse Iovem, cum saepe nigrantem aegida concuteret dextra nimbosque cieret. haec duo praeterea disiectis oppida muris, 355 reliquias veterumque vides monimenta virorum. hanc Ianus pater, hanc Saturnus condidit arcem; Ianiculum huic, illi fuerat Saturnia nomen.' talibus inter se dictis ad tecta subibant pauperis Evandri, passimque armenta videbant 8.360 Romanoque foro et lautis mugire Carinis. ut ventum ad sedes, 'haec' inquit 'limina victor Alcides subiit, haec illum regia cepit. aude, hospes, contemnere opes et te quoque dignum finge deo, rebusque veni non asper egenis.' 365 dixit, et angusti subter fastigia tecti ingentem Aenean duxit stratisque locavit effultum foliis et pelle Libystidis ursae: nox ruit et fuscis tellurem amplectitur alis.

Traduzione Italiana

Celebrati dunque i riti sacri, tutti si recano in città. Avanzava il re, coperto di anni, e procedendo teneva vicino Enea, come compagno, ed il figlio ed alleviava la via con vario parlare. Enea ammira e porta i facili occhi attorno 310 a tutto, è colpito dai luoghi e lieto chiede cosa per cosa ed ascolta i ricordi degli eroi precedenti. Allora il re Evandro, fondatore della rocca romana: "Questi boschi li occupavano Fauni e Ninfe indigene popolo di eroi nato dai tronchi e dal duro rovere, 315 essi non avevano né tradizione né culto, né sapevano aggiogare tori o raccogliere beni o conservare il prodotto, ma rami ed aspra caccia li forniva di vitto. Per primo venne Saturno dall'etereo Olimpo fuggendo le armi di Giove, esule, perduti i poteri. 320 Egli raccolse la razza indocile e dispersa sugli alti monti e diede leggi, preferì che si chiamasse Lazio, poiché sicuro fu latitante in queste terre. D'oro furon le epoche, che tramandano, sotto quel re: così in placida pace governava i popoli, 325 fino a quando succedette poco a poco una età deteriore ed offuscata e la rabbia della guerra e l'amor di possedere. Allora giunsero un manipolo ausonio e le genti sicane, più spesso la terra saturnia prese nome; allora (vennero) re e l'aspro Tevere dal corpo gigantesco 330 da cui poi (noi) Itali chiamammo il fiume col nome di Tevere; perse l'antico vero nome di Albula. Me, cacciato dalla patria e che seguivo i confini del mare, la Fortuna onnipotente ed il fato ineluttabile mi posero in questi luoghi, e (mi) spinsero i tremendi 335 moniti della madre, la ninfa Carmente ed Apollo, dio promotore." Appena detto questo, avanzantosi da lì mostra sia l'altare sia la porta che i Romani chiamano col nome di Carmentale, antico onore della ninfa Carmenta indovina profetica, che per prima profetò i futuri 340 grandi Eneadi ed il nobile Pallanteo. Da qui mostra l'immenso bosco, che il forte Romolo rese asilo ed il Lupercale sotto la gelida rupe secondo ol costume parrasio detto di Pan liceo. Mostra pure la selva del sacro Argileto, 345 attesta il luogo e racconta la morte dell'ospite Argo. Da qui lo conduce alla sede tarpeia ed al Cmpidoglio, ora d'oro, un tempo irto di rovi selvaggi. Già allora la terribile venerazione del luogo atterriva i paurosi contadini, già allora tremavano per la selva e la roccia. 350 "Questo bosco, disse, colle dalla cima frondosa, (quale dio è incerto) l'abita un dio; gli Arcadi credono aver visto lo stesso Giove, mentre spesso scuoteva con la destra egida nereggiante e radunava i nembi. Inoltre queste due città dalla mura abbattute, 355 tu vedi i resti ed i ricordi degli antichi eroi. Questa la fondò il padre Giano, questa rocca Saturno; questa ebbe nome Gianicolo, quella Saturnia." Con tali discorsi tra loro s'avvicinavano ai tetti del povero Evandro, qua e là vedevano armenti 360 muggire nel foro romani e nelle ricche Carine. Come si giunse al palazzo, " Queste soglie, disse, le passò Alcide vincitore, questa reggia l'accolse. Osa , ospite, disprezzare le ricchezze e renditi tu pure degno del dio, vieni non non superbo con le cose povere." 365 Disse e condusse il grande Enea sotto i frontoni del piccolo tetto e lo accomodò sdraiato sulle foglie stese e sulla pelle di un'orsa libica: la notte precipita e con le fosche ali abbraccia la terra.