Versione di Virgilio

Libro 9, vv. 367-449

Traduzione della Versione "Libro 9, vv. 367-449" di Virgilio

Testo Originale Latino

Interea praemissi equites ex urbe Latina, 9.367 cetera dum legio campis instructa moratur, ibant et Turno regi responsa ferebant, ter centum, scutati omnes, Volcente magistro. 370 iamque propinquabant castris murosque subibant cum procul hos laevo flectentis limite cernunt, et galea Euryalum sublustri noctis in umbra prodidit immemorem radiisque adversa refulsit. haud temere est visum. conclamat ab agmine Volcens: 375 'state, viri. quae causa viae? quive estis in armis? quove tenetis iter?' nihil illi tendere contra, sed celerare fugam in silvas et fidere nocti. obiciunt equites sese ad divortia nota hinc atque hinc, omnemque aditum custode coronant. 380 silva fuit late dumis atque ilice nigra horrida, quam densi complerant undique sentes; rara per occultos lucebat semita callis. Euryalum tenebrae ramorum onerosaque praeda impediunt, fallitque timor regione viarum. 385 Nisus abit; iamque imprudens evaserat hostis atque locos qui post Albae de nomine dicti Albani tum rex stabula alta Latinus habebat, ut stetit et frustra absentem respexit amicum: 'Euryale infelix, qua te regione reliqui? 390 quave sequar, rursus perplexum iter omne revolvens fallacis silvae?" simul et vestigia retro observata legit dumisque silentibus errat. audit equos, audit strepitus et signa sequentum; nec longum in medio tempus, cum clamor ad auris 395 pervenit ac videt Euryalum, quem iam manus omnis fraude loci et noctis, subito turbante tumultu, oppressum rapit et conantem plurima frustra. quid faciat? qua vi iuvenem, quibus audeat armis eripere? an sese medios moriturus in enses 9.400 inferat et pulchram properet per vulnera mortem? ocius adducto torquet hastile lacerto suspiciens altam Lunam et sic voce precatur: 'tu, dea, tu praesens nostro succurre labori, astrorum decus et nemorum Latonia custos. 405 si qua tuis umquam pro me pater Hyrtacus aris dona tulit, si qua ipse meis venatibus auxi suspendive tholo aut sacra ad fastigia fixi, hunc sine me turbare globum et rege tela per auras.' dixerat et toto conixus corpore ferrum 410 conicit. hasta volans noctis diverberat umbras et venit aversi in tergum Sulmonis ibique frangitur, ac fisso transit praecordia ligno. volvitur ille vomens calidum de pectore flumen frigidus et longis singultibus ilia pulsat. 415 diversi circumspiciunt. hoc acrior idem ecce aliud summa telum librabat ab aure. dum trepidant, it hasta Tago per tempus utrumque stridens traiectoque haesit tepefacta cerebro. saevit atrox Volcens nec teli conspicit usquam 9.420 auctorem nec quo se ardens immittere possit. 'tu tamen interea calido mihi sanguine poenas persolves amborum' inquit; simul ense recluso ibat in Euryalum. tum vero exterritus, amens, conclamat Nisus nec se celare tenebris 425 amplius aut tantum potuit perferre dolorem: 'me, me, adsum qui feci, in me convertite ferrum, o Rutuli. mea fraus omnis, nihil iste nec ausus nec potuit; caelum hoc et conscia sidera testor; tantum infelicem nimium dilexit amicum.' 430 talia dicta dabat, sed viribus ensis adactus transadigit costas et candida pectora rumpit. volvitur Euryalus leto, pulchrosque per artus it cruor inque umeros cervix conlapsa recumbit: purpureus veluti cum flos succisus aratro 435 languescit moriens, lassove papavera collo demisere caput pluvia cum forte gravantur. at Nisus ruit in medios solumque per omnis Volcentem petit, in solo Volcente moratur. quem circum glomerati hostes hinc comminus atque hinc proturbant. instat non setius ac rotat ensem fulmineum, donec Rutuli clamantis in ore condidit adverso et moriens animam abstulit hosti. tum super exanimum sese proiecit amicum confossus, placidaque ibi demum morte quievit. 445 Fortunati ambo. si quid mea carmina possunt, nulla dies umquam memori vos eximet aevo, dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum accolet imperiumque pater Romanus habebit.

Traduzione Italiana

Intanto i cavalieri inviati avanti dalla città latina, mentre il resto della legione si ferma schierata, marciavano e portavano al re Turno le risposte, in trecento, tutti con scudo, sotto la guida di Volcente. 370 Ormai s'avvicinavano al campo ed arrivavano alle mura quando vedon costoro che girano sul sentiero a sinistra, e l'elmo nell'ombra incerta della notte tradì l'immemore Eurialo e di fronte risplendette di raggi. Non impunemente si vide. Dalla schiera Volcente grida: 375 "Fermate, uomini. Quale motivo di viaggio? O chi siete con armi? Dove volgete il cammino?" Nulla essi davano in risposta, ma affrettavan la fuga nelle selve e s'affidavan alla notte. Si lanciano i cavalieri alle note biforcazioni di qua e di là, e attorniano ogni accesso di guardie. 380 Fu una selva irta attorno di rovi e di nera elce, che da ogni parte dense spine riempivano; un rado sentiero luccicava per nascosti passaggi. Le tenebre dei rami e la pesante preda bloccano Eurialo e il timore sulla direzione delle vie lo inganna. 385 Niso se ne va; e già senza pensare aveva superato i nemici ed i luoghi che poi son detti Albani dal nome di Alba, allora il re Latino aveva grandi stalle, come si fermò ed invano guardò all'amico assente: "Eurialo infelice, in che direzione t'ho lasciato? 390 Dove seguirti, rifacendo di nuovo tutto l'ntricato percorso della ingannevole selva?" Nello stesso tempo scruta a ritroso le orme stampate ed erra tra rovi silenti. Sente i cavalli, sente gli strepiti ed i segnali degli inseguitori; e non molto tempo nel mezzo, quando giunge un grido 395 alle orecchie e vede Eurialo, ma ormai tutta la schiera per l'inganno del luogo e della notte, agitandosi un improvviso scompiglio, lo afferra sorpreso e divincolandosi tantissimo invano. Che fare? Con quale forza, con queli armi osare strappare il giovane? O buttarsi a morire in mezzo alle spade 400 ed affrettare una bella morte tra i colpi? Piuttosto rapidamente alzato il braccio brandisce la lancia guardando all'alta Luna e così prega con la voce: " Tu, dea, tu presente soccorri la nostra impresa, splendore deglia astri e latonia custode dei boschi. 405 Se mai mio padre Irtaco per me offrì qualche dono davanti ai tuoi altari, se io stesso li aumentai con le mie cacce o li sospesi alla cupola o li fissai ai sacri frontoni, lascia che io sconvolga questa schiera e guida le armi nell'aria." Aveva detto e tesosi con tutto il corpo lancia 410 il ferro. La lancia volando rompe le ombre della notte e giunse nella schiena di Sulmone voltato e lì s'infrange e trapassa le viscere, rotto il legno. Rotola quello vomitando dal petto un caldo fiume, e freddo sbatte i fianchi con lunghi singulti. 415 Da ogni parte guadano. Lui più accanito per questo ecco librava un'altra arma all'altezza dell'orecchio. Mentre trepidano, la lancia va su Tago per entrambe le tempie stridendo e trapassato il cervello s'arrestò intirpidita. Impazza feroce Volcente né vede in alcun posto l'autore 420 del lancio né dove possa buttarsi fremente. "Tu però intanto mi pagherai il fio per entrambi col caldo sangue" disse; insieme sguainata la spada andava contro Eurialo. Allora sì, atterrito, fuor di sé, Niso grida né potè di più celarsi nelle tenebre 425 o sopportare un così garnde dolore. "Me, me, son io che l'ho fatto, antro me volgete il ferro, o Rutuli, mio ogni inganno, niente costui né osò ne potè; invoco a testimoni di ciò il cielo e le stelle coscienti; soltanto amò troppo un amico infelice." 430 Offriva tali parole, ma con forze la spada spinta trapassa le costole e rompe i candidi petti. Rotola Eurialo nella morte, e per le belle membra corre il sangue e la testa rovesciata sulle spalle s'abbandona: come quando un purpureo fiore reciso dall'aratro 435 languisce morente, o sul collo stanco i papaveri abbassarono il capo quando per caso son gravati da pioggia. Ma Niso precipita in mezzo e tra tutti cerca il solo Volcente, sul solo Volcente si ferma. Ma i nemici schierati attorno di qua e di là da vicino 440 lo respingono. Non di meno insiste e ruota la spada fulminea, finchè la nascose nella bocca di fronte del Rutulo urlante e, morente, tolse la vita al nemico. Poi si gettò sopra l'amico esanime, trafitto, e li finalmente riposò di placida morte. 445 Fortunati entrambi. Se i miei versi posson qualcosa, nessun giorno mai vi toglierà da un'epoca memore, fin che la casa d'Enea abiterà l'immobile roccia del Campidoglio el il padre romano terrà il potere.